Condannato il figlio del pentito: rubava corrente per il suo bar

Pena di un anno per Giuseppe Cricelli. L’accusa: contatore manomesso per risparmiare sulle bollette Tra il 2014 e il 2015, il 31enne gestiva anche la pizzeria e il ristorante dello stabilimento sul lungomare
PESCARA. Un furto di corrente elettrica in uno stabilimento balneare «attraverso una sofisticata manomissione» per risparmiare sulla bolletta e pagare meno della metà. Finisce sotto accusa per furto il figlio del boss pentito della ’ndrangheta Domenico Cricelli: secondo l’accusa, Giuseppe Maria Cricelli, imprenditore originario di Tropea a capo della società Smeraldo che gestiva bar, pizzeria e ristorante del Delfino Verde tra il 2014 e il 2015, si sarebbe «impossessato» di energia elettrica «con indebita non contabilizzazione per un ammontare pari al 55% dei consumi». Già condannato in primo grado al tribunale di Pescara e alla Corte d’appello dell'Aquila, adesso arriva anche la sentenza della Corte di Cassazione: Cricelli è stato condannato alla pena di un anno di reclusione oltre a 103 euro di multa. Il suo ricorso per tentare di sventare la condanna è stato dichiarato «inammissibile»: il presidente della quarta sezione penale Emanuele Di Salvo l’ha condannato anche al pagamento delle spese processuali e della somma di tremila euro in favore della Cassa delle ammende.
CHI È CRICELLI Giuseppe Maria Cricelli, 31 anni, ha lasciato la Calabria per stabilirsi in Abruzzo. Un imprenditore che però è finito nelle maglie di almeno tre indagini. Insieme al boss Simone Cuppari, ritenuto il capo della cosca della ’ndrangheta di Brancaleone, è tra i 31 imputati di un processo ancora in corso al tribunale di Chieti su traffici illeciti da milioni di euro con base a Francavilla al Mare; Cricelli è stato coinvolto nella rapina in casa, a Francavilla, dell’allora capo della squadra mobile di Chieti, Francesco Costantini: ha patteggiato la pena di un anno e 8 mesi per concorso anomalo nella rapina, cioè avrebbe fatto da palo; poi c’è l’ultima storia della corrente rubata all’ex Delfino Verde «con violenza sulle cose ovvero mediante la manomissione del contatore». E Giuseppe Maria è figlio di Domenico, il pentito morto il 13 maggio 2019 a Montesilvano, città in cui si trova segretamente: ora quel decesso è al centro di un’inchiesta con 8 medici delle carceri indagati per la diagnosi omessa e i trattamenti terapeutici inadeguati.
LA TECNICA Il furto di corrente contestato risale al periodo tra il 1° luglio 2014 e il 24 marzo 2015. Proprio il 24 marzo di 7 anni fa, i tecnici dell’Enel, «coadiuvati dagli agenti della polizia», eseguirono un controllo: «I tecnici nell’occasione ebbero a verificare che, essendo state operate alterazioni sui circuiti amperometrici di misura interni, il contatore», così dice la sentenza della Cassazione, «registrava consumi inferiori al 50%, quanto all’energia attiva, e al 60%, quanto all’energia reattiva». La sentenza spiega che «il contratto relativo alla fornitura di energia elettrica era intestato alla società Smeraldo, alla quale, con contratto del 31 marzo 2014, era stata ceduta la “gestione temporanea del ramo di attività riferito al settore bar, pizzeria e ristorante”. Alla società concedente era rimasta solo la gestione dello stabilimento balneare, mentre l’attività legata alla ristorazione era stata ceduta alla società Smeraldo».
CONTATORE SULLA RIVIERA La sentenza ripercorre l’esito del controllo: «Essendo stato svolto l’accertamento durante il periodo invernale, lo stabilimento era evidentemente chiuso e non svolgeva nessuna attività». Per i giudici, quindi, la Smeraldo era l’unica società interessata a tagliarsi i consumi: «In difetto di una specifica prova di segno contrario, deve escludersi che soggetti estranei avessero interesse ad operare l’alterazione, che, come ha spiegato un teste, ha richiesto una sofisticata manomissione». Davanti alla Cassazione, Cricelli ha tentato di sostenere che «il contatore oggetto di accertamento da parte dei tecnici Enel era installato in una piazzola pubblica accessibili a tutti ed era l’unico contatore che serviva l’area su cui entrambe le società operavano». Ma per i giudici è proprio Cricelli, in qualità di amministratore unico della Smeraldo, il responsabile del «prelievo abusivo». Secondo la Cassazione, il castello accusatorio «appare puntuale, coerente, privo di discrasie logiche in nessun modo censurabile, sotto il profilo della razionalità, e sulla base di apprezzamenti di fatto non qualificabili in termini di contraddittorietà o di manifesta illogicità e perciò insindacabili in sede di legittimità». Per questo, dice la sentenza, «le censure che Cricelli rivolge al provvedimento impugnato si palesano manifestamente infondate».
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