Cosa resta da celebrare ancora

1 Maggio 2017

Le ragioni per non mollare. In un mondo in cui il lavoro tutelato rischia di sparire

Che senso ha festeggiare i lavoratori in un mondo in cui il lavoro (quello retribuito) va scomparendo e, laddove sopravviva, lo fa al prezzo della perdita delle difese faticosamente conquistate nell’ultimo secolo? La domanda non è accademica ma radicata nella vita di tutti i giorni. La globalizzazione ha significato lo spostamento delle industrie manifatturiere in Paesi come la Cina dove le tutele ridotte e i bassi salari permettono di produrre a costi smisuratamente inferiori a quelli che esistono (o esistevano) in Occidente. Ma il rischio che scompaia il lavoro decentemente retribuito e tutelato riguarda non solo le mansioni più basse ma anche quelle per le quali viene richiesta una formazione e un’istruzione di livello universitario, sia nell’industria che nei servizi. Il premio Nobel per l’economia, Paul Krugman, su questo punto non ha dubbi. In un articolo apparso nel 2012 sul New York Times, l’economista americano scriveva: «Possiamo davvero dire in generale che l'innovazione e il progresso possono far male a un gran numero di lavoratori, forse anche a tutti i lavoratori? Sento spesso dire che ciò non può succedere. Ma la verità è che succede, ed è da quasi due secoli che gli economisti seri sono a conoscenza di questa possibilità».
«Il divario salariale tra i lavoratori con una laurea e quelli senza, che è cresciuto molto negli anni 1980 e all'inizio del 1990, da allora non è cambiato granché», aggiungeva Krugman. «In realtà i neolaureati avevano redditi stagnanti anche prima che scoppiasse la crisi finanziaria. Invece, sempre più spesso, i profitti sono aumentati a scapito dei lavoratori in generale, compresi i lavoratori con quelle competenze che nell'economia di oggi avrebbero dovuto portare al successo». Le ragioni per festeggiare il lavoro ancora oggi nel 2017, a ben vedere, sono radicate anche in questa analisi spietata. Il Primo maggio è ancora una festa necessaria non foss’altro che per testimoniare l’utilità di una sorta di resistenza, in tempi in cui, per dirla con Montale, «codesto solo oggi possiamo dirti, / ciò che non siamo, ciò che non vogliamo». (g.d.t.)
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