Crescono occupazione ed export «La recessione non si è verificata»

L’analisi dell’economista Mauro dei dati Istat sul terzo trimestre 2023 spingono verso l’ottimismo «L’attività produttiva è aumentata dell’1,2%, automotive e farmaceutico hanno ripreso a correre»
L’andamento dell’economia abruzzese manifesta una tendenza ampiamente positiva. I valori dell’export e del mercato del lavoro pubblicati dall’Istat e riferiti al terzo trimestre del 2023 sono ottenuti in un contesto in cui l’economia sta sperimentando eventi dolorosi e per certi versi devastanti. Non dimentichiamolo. A seguito della pandemia, della guerra in Ucraina e della bolla inflazionistica molti analisti temevano una forte recessione. E la recente crisi nel Medio Oriente, innalzando lo stato di incertezza, dimostra che ancora oggi non viviamo in tempi normali e rassicuranti. La recessione non si è verificata, anzi nel primo semestre del 2023 l’attività produttiva sarebbe cresciuta in Abruzzo dell’1,2% in linea con la dinamica del Pil nazionale (Banca d’Italia).
SI RIPARTE.
Le difficoltà di approvvigionamento di alcune nostre grandi imprese sembrano essere superate e l’export nel terzo trimestre segnala una crescita del 13,7% contro l’1,0% dell’Italia. Una performance di grande significato, all’interno della quale si evidenziano i valori conseguiti dal farmaceutico-chimico (+59,9%), dal tessile-abbigliamento-pelle (+17,1%) e dai mezzi di trasporto (+17,2%). L’automotive, con la sua incidenza del 37,7% sul totale esportato, si conferma settore strategico dell’economia abruzzese.
Atessa è punto di riferimento della produzione Stellantis e il Ducato “esempio di italianità in termini di veicoli leggeri”. Dai dati relativi agli scambi con l’estero si possono trarre tre considerazioni: una non trascurabile competitività dell’industria abruzzese; il ruolo peculiare esercitato dalle nostre grandi imprese; il peso via via crescente di alcuni settori legati al territorio come alimentari-bevande e tessile-abbigliamento.
C’È PIÙ LAVORO.
Anche il numero dei posti di lavoro aumenta di ben 32mila unità (+6,8% contro il +2,1% dell’Italia). Ne consegue un tasso di disoccupazione che si abbassa al 7,6% e un contestuale aumento del tasso di occupazione (dal 56,9% al 61,6%), entrambi in linea con la media nazionale. A portare verso l’alto i livelli del lavoro sono i settori dell’industria in generale (+26,1%), con riferimento sia alla manifattura (+24,6%) che alle costruzioni (+26,9%). Certo, permangono i problemi più volte richiamati da questo giornale, che coinvolgono non solo l’Abruzzo ma l’intera economia italiana. In proposito si pensi ai divari di genere, con un tasso di occupazione femminile inferiore di circa 20 punti a quello maschile, oppure alle esigenze di considerare l’aumento occupazionale non solo in termini quantitativi ma anche soprattutto qualitativi.
Lo sforzo è quello di generare lavori buoni e dignitosi e quindi di frenare la fuga del cosiddetto capitale umano.
La prospettiva è di realizzare, come afferma Okun “una stretta di mano invisibile” tra efficienza e equità, ossia tra l’esigenza dell’impresa di raggiungere livelli elevati di performance produttiva e quelle di coloro che mirano a un lavoro che riduce precarietà e fornisce stabilità.
IL RISCHIO FRENATA.
Se questo è il quadro interpretativo dei dati Istat, tuttavia va sottolineato che in questi ultimissimi mesi si assiste, a livello nazionale, a una frenata a causa dell’indebolimento della domanda. Sia ben chiaro, non si sta entrando in una fase di recessione, ma di un certo deterioramento del processo di crescita, consumi deboli, investimenti in calo, una politica monetaria che rimane aggressiva e una stretta creditizia che riduce la disponibilità di credito. Siamo, cioè, in presenza di comportamenti da parte di famiglie e imprese volti alla prudenza e al rinvio delle scelte sul mercato. Le stime sul Pil vanno infatti in questa direzione. Per il 2023 il Pil dell’Italia dovrebbe attestarsi al +0,7% (Istat). Analogo andamento (+0,7%) avrà l’economia abruzzese secondo le previsioni Svimez. Valore da non sottovalutare perché eguaglia il dato nazionale e al di sopra del Mezzogiorno (+0,4%).
MA NON SIAMO SUD.
Ancora più significativa la previsione Svimez per il 2024, dove alla conferma della percentuale italiana (+0,7%) si contrappone un valore per l’Abruzzo del +0,9%, che risulta essere il più alto dopo Emilia-Romagna (+1,1%) e Lombardia (+1,0%). L’inflazione ha dunque contribuito a frenare l’economia riducendo il potere d’acquisto e i salari reali delle famiglie. Oggi, l’inflazione sembra essere sotto controllo. L’aumento annuo è dello 0,8%, valore che non si registrava da marzo 2021. Il punto controverso è proprio questo: alla discesa dei prezzi sembra non corrispondere una altrettanta diminuzione dei tassi di interesse. Al momento esiste una asimmetria o un disallineamento tra calo dei prezzi e calo dei tassi, che mantiene alto il costo del denaro.
È opportuno che la disinflazione diventi un fatto acquisito da consolidare nel tempo, ma mi auguro non per molto tempo. La politica monetaria restrittiva si sta trasferendo con forza sull’economia, la domanda di beni tende sempre più a indebolirsi e perciò si corre il rischio che tutta l’attività produttiva vada verso il basso. Ecco perché bisogna cogliere tutte le opportunità del Pnrr e delle Zes (Zone Economiche Speciali), per valorizzare le specificità produttive del territorio abruzzese e per indirizzare le risorse verso progetti capaci di innalzare il percorso della crescita. Si tratta di investimenti in grado di affrontare sfide importanti come le infrastrutture, la competitività del territorio, l’inverno demografico e la transizione ecologica.
I dati Istat testimoniano la reale consistenza dell’economia dell’Abruzzo. L’Abruzzo è una regione sana. Ha superato crisi difficilissime e diverse turbolenze. Pertanto, ben vengano quei contributi che tendono a migliorare questa Regione, come renderla “più ambiziosa”, cosa fare, quali sono le sue prospettive. Molto spesso invece si eccede in interpretazioni che cercano di dimostrare che tutto va male, cala l’occupazione, diminuisce il Pil, le esportazioni si bloccano, il dinamismo imprenditoriale si arresta. Come avverte il recente studio del Censis sull’Italia, questa tipologia di analisi contribuisce a diffondere pessimismo, a fare arretrare il livello del confronto e quindi a impedire che l’Abruzzo possa fare un passo in avanti nel suo processo di crescita e nella soluzione dei problemi.
* economista

