Crolli e morti? Le condanne sono sempre irrisorie

30 Agosto 2016

La gente chiede sentenze dure per i progettisti di Amatrice ma i processi aquilani mostrano che le pene finali sono lievi

L’AQUILA. Le Procure di Ascoli Piceno e Rieti hanno aperto almeno due fronti di indagine affilando le armi a loro disposizione per fare la giustizia invocata da chi ha perso i cari. Ma, almeno per quanto riguarda i crolli, si rischia per ragioni che vanno dalla obiettiva complessità di reperire gli atti oppure all’impossibilità di provare colpe specifiche, che a pagare siano persone che meno di altre hanno colpe nella tragedie. E spesso le pene sono contenute come lamentano le parti civili: nessuno dei condannati a pene detentive è più in carcere. L’esperienza aquilana insegna che a fronte di indagini certosine non sempre sia facile inchiodare i colpevoli. E solo con l’abnegazione dei giudici è stato possibile evitare la prescrizione. Il crollo della Casa dello studente, per esempio, si è concluso con le condanne definitive degli esecutori e progettisti dei restauri del 2000 oltre che per un funzionario dell’Adsu. Pur a fronte di responsabilità obiettive vale anche la pena di precisare che tutte le perizie hanno accertato che l’edificio era stato progettato talmente male ed eseguito peggio a metà anni Sessanta, che sarebbe crollato comunque. Ma nessuno di coloro che fecero quegli errori è stato mai sul banco degli imputati essendo deceduti prima del sisma o prima del processo. La Cassazione ha confermato le condanne per il crollo del Convitto nazionale a carico del preside Livio Bearzi e di un funzionario della Provincia, Vincenzo Mazzotta. Responsabilità che esistono ma secondo le difese essi sono stati chiamati a pagare per colpe non loro. Bearzi, a loro avviso, non aveva il potere di far evacuare la scuola e tantomeno Mazzotta poteva disporre i restauri del fabbricato. Le responsabilità sarebbero state soprattutto di «inerzia politica». Bearzi, che pure era in istituto al momento del crollo e rischiò la vita, disse anche di essere stato rassicurato dalla Grandi Rischi, ma non fu creduto. Dopo due condanne è stato scagionato in Cassazione l’ingegnere Diego De Angelis, unico imputato nel crollo del palazzo di via Generale Rossi nel quale morirono 17 persone, tra cui anche sua figlia. De Angelis si era occupato dei restauri e la Cassazione ha accertato che non doveva vigilare sulla pessima tecnica costruttiva del palazzo. Pure il palazzo di via D’Annunzio, dove hanno perso la vita in 13, fu realizzato in modo pedestre nel 1961. Anche qui è stato chiamato in causa chi, pochi anni fa, restaurò il fabbricato. Ma la Cassazione ha annullato la condanna a un anno e 10 mesi a carico dell’ingegner Fabrizio Cimino ordinando un nuovo processo di appello. Prescrizione in arrivo.

©RIPRODUZIONE RISERVATA