D’Angelo, il sindaco è ancora in esilio

Casacanditella, il primo cittadino è costretto dai giudici a vivere fuori dal suo paese. Ma ora ricorre in Cassazione
CASACANDITELLA. «L’aver camuffato dazioni di denaro corruttive sotto forma di donazioni benefiche da parte di una fondazione, in alcun modo è divenuta cognita al D'Angelo». In altre parole: il sindaco di Casacanditella non sapeva assolutamente che quelle donazioni al comitato feste del paese erano tangenti.
È il passaggio chiave con cui Giuseppe D'Angelo, assistito dall'avvocato Augusto La Morgia, è ricorso in Cassazione contro il divieto di dimora nella sua Casacanditella. La Suprema Corte deciderà sulla sua richiesta il 20 luglio prossimo. Eh sì, perché il primo cittadino del Comune in provincia di Chieti coinvolto, a settembre del 2017, in un’inchiesta penale su presunte tangenti, è ancora costretto a vivere in esilio, a Francavilla, da dove amministra il suo paese.
LIMITE INVALICABILE. Rischierebbe un nuovo arresto, D’Angelo, se si azzardasse a rimettere piede nel Comune in cui è stato eletto. La sua storia, già diventata un caso nazionale, torna alla ribalta con il ricorso presentato ai giudici romani della Cassazione. Riassumiamo le tappe della vicenda.
È il 18 settembre del 2017 quando il gip del tribunale di Avezzano firma nei suoi confronti l'ordinanza di misura cautelare degli arresti domiciliari che la difesa del primo cittadino impugna davanti al Tribunale del riesame dell'Aquila. Che decide di sostituire gli arresti domiciliari con la sospensione dall'esercizio dei pubblici uffici.
DI DIVIETO IN DIVIETO. Il tribunale destituisce il primo cittadino scelto dagli elettori di Casacanditella. Ma questo, per legge, è impossibile tant'è che sia il procuratore della repubblica dell'Aquila sia la difesa presentano ricorso in Cassazione che dà ragione al sindaco sulla base di due motivi. Il primo, come si diceva, è che una carica elettiva non può essere annullata da un giudice; il secondo, perché il tribunale non ha motivato la bocciatura degli indizi a discarico.
Annullata con rinvio l’ordinanza, il riesame dell'Aquila però decide di adottare un nuovo provvedimento. Quello appunto del divieto di dimora. E così, dal 5 aprile scorso comincia l'esilio del primo cittadino. Ma arriviamo al nuovo ricorso per Cassazione che si basa su tre punti.
CARTE NUOVE. «Deviazione dal capo d'imputazione», è il primo motivo. Nell'ordinanza degli arresti domiciliari, infatti, viene contestato a D'Angelo il reato di corruzione perché, sosteneva la Procura, «l'imprenditore Sergio Giancaterino e il marsicano Antonio Ruggeri gli consegnavano denaro a più riprese». Ma la difesa riesce, con proprie indagini, a smontare questa tesi davanti al tribunale del riesame che però, nelle motivazioni, cambia le carte in tavola affermando che il sindaco avrebbe convocato in Comune il comitato per la festa paesana perché venisse a prendere le somme che Ruggeri aveva portato, e che l'utilità che ne traeva era in termini di consenso elettorale.
In altre parole, con un improvviso cambiamento del capo di imputazione, il riesame avrebbe dato una spiegazione diversa ai fatti contestati. «Lungi dal valutare forza indiziante a discarico delle indagini difensive, ha provveduto a descrivere un fatto nuovo e diverso rispetto a quelli imputati, un fatto che non è lo stesso per il quale il gip del tribunale di Avezzano ha disposto la misura cautelare», spiega la difesa.
LO DICONO AL TELEFONO. Passiamo al secondo punto del ricorso con cui la difesa di D’Angelo cerca di smontare le conclusioni del tribunale del riesame «sull'utilità del sindaco nell'accrescimento del proprio consenso elettorale».
L'indagine difensiva scandaglia le intercettazioni ambientali e telefoniche, i colloqui tra l'imprenditore Giancaterino e colui che era il suo uomo di fiducia Ruggeri. E arriva a dimostrare che davvero il sindaco pensava che si trattasse di donazioni della fondazione di Ruggeri senza neppure sospettare che quei fondi provenissero da un imprenditore. Ma c'è anche un terzo e sostanziale aspetto su cui si basa il ricorso.
NULLA IN CAMBIO. «A definitiva dimostrazione dell'assenza di un qualsiasi asservimento del sindaco alla realizzazione dei desiderata del privato», si legge nel ricorso, «la difesa porta a conoscenza della Cassazione i documenti che dimostrano, senza ombra di dubbio, che Giancaterino non ha ottenuto nulla dalle donazioni intermediate ai comitati attraverso la figura del Ruggeri».
Infatti nessuna gara d’appalto venne aggiudicata dal Comune di Casacanditella all'imprenditore accusato di pagare tangenti. Ma, conclude la difesa del sindaco in esilio, il tribunale del riesame non ha preso in considerazione neanche questi documenti.

