Di Resta, il racconto di chi c’era: «Importante non dimenticare»

Il poliziotto in pensione Sciolé: «Dopo la sparatoria lo vidi a terra, diceva dei nomi, quelli dei figli» A San Silvestro spiaggia commemorazione con la famiglia, Masci, il generale Aceto e tutte le autorità
PESCARA. «Ricordo bene quel 16 settembre, eravamo già rientrati in questura, tra l’una e mezza e le due, e dalla sala operativa arrivò la comunicazione: stanno sparando in via Monte Bertone. Salimmo sulle moto per fare prima, ci precipitammo».
Nicolino Sciolé, storico poliziotto della squadra Mobile oggi in pensione, ha la voce piena di amarezza e rispetto per quello che trovò lì in via Monte Bertone 26 anni fa. C’era il maresciallo Marino Di Resta, sanguinante a terra, ferito dai rapinatori che lui e due colleghi del reparto Operativo dei carabinieri avevano scovato nella villetta di una famiglia rom, dopo la rapina a un rappresentante di gioielli. Il maresciallo all’epoca aveva 34 anni e due figli piccoli, Velia e Alberico. Affrontò quei rapinatori e alla fine rimase ucciso non dal primo colpo, ma da quelli che gli scaricarono addosso mentre era già a terra ferito e li implorava: «Fermatevi, così mi uccidete».
«Potevano ferirlo e invece lo hanno voluto finire. Il perdono, in questi casi, lo facesse il Padreterno», disse l’anno scorso al Centro la vedova Giuseppina Franzone nella commemorazione numero 25. E venerdì scorso, nel giorno del 26° anniversario, la vedova , con la figlia Velia, le autorità civili, militari e religiose (il prefetto Giancarlo Di Vincenzo, il sindaco Carlo Masci, il generale di brigata Paolo Aceto, comandate della legione carabinieri di Abruzzo e Molise e il comandante provinciale Riccardo Barbera, il procuratore Giuseppe Bellelli e il questore Luigi Liguori) era di nuovo lì, a San Silvestro spiaggia a omaggiare con la deposizione di una corona il marito diventato medaglia d’oro al valore militare alla memoria. L’eroe che oggi dà il nome a quella piazza.
Ma anche se gli anni passano, il ricordo di quel giorno, per chi l’ha vissuto, è vivo più che mai: per la famiglia prima di tutto, per i colleghi che erano con il maresciallo quel giorno e per quelli che accorsero poi, ma anche per tutte le forze dell’ordine che si gettarono a capofitto nella cattura dei banditi, mentre Marino Di Resta, uno di loro, un uomo dello Stato, moriva per aver fatto il proprio dovere.
«Io ero nella squadra Mobile», racconta Nicolino Sciolé, «il maresciallo Di Resta e gli altri del reparto Operativo li conoscevo bene, collaboravamo in tutto, loro sapevano le nostre indagini e noi le loro, pur mantenendo sempre la riservatezza. Come per quella villetta di via Monte Bertone acquistata da quella famiglia rom, dove i carabinieri andarono a fare il controllo dopo la rapina al rappresentante: ne erano a conoscenza perché ci stavano lavorando, e infatti lì trovarono il covo».
Di quel giorno, dopo la corsa in moto fino alla traversa di via Prati, ai Colli, Sciolé racconta: «Ricordo che appena imboccammo la strada da sopra, sotto al sole di quel giorno, venimmo abbagliati da tutti gli oggetti in oro che erano a terra. C’era il caos totale. Il maresciallo Annibale Lizio era sotto choc. Aveva bloccato uno dei complici, il vivandiere della famiglia rom che stava portando le pizze ai banditi nella villetta, dopo la rapina. Marino Di Resta era steso a terra, sanguinava dalla parte superiore della gamba, ma era vivo, l’ho sentito parlare, e lì per lì in quegli attimi frenetici non mi preoccupai. Piuttosto notai un foro sulla giacca del brigadiere Giorgio Corvaglia. Gliel’allargai ma il colpo non era passato, salvo per miracolo. Erano attimi frenetici, l’obiettivo era solo prenderli e mi misi a intervistare i colleghi per capire come muoverci. Lizio disse “sono scappati con la nostra Y10”, quella fucsia in uso al nucleo Operativo e quella divenne la notizia: diedi subito la nota alla sala operativa, e così fecero i carabinieri. Mentre arrivava l’ambulanza, noi ci buttammo alla ricerca di quella macchina. Era un fatto gravissimo, un conflitto a fuoco con i rapinatori, dovevamo trovarli». Un conflitto che, ricostruisce Sciolé, scoppia così: «Annibale Lizio blocca il vivandiere che era andato a portare le pizze ai banditi, Corvaglia entra per primo nella villetta ma viene sopraffatto dai banditi, a quel punto Di Resta urla “carabinieri, ferma” e inizia il conflitto a fuoco».
Un conflitto in cui a cadere è proprio il maresciallo 34enne. «Me lo ricordo a terra, lucido, l’ho sentito dire dei nomi», dice oggi il poliziotto in pensione, «un collega mi disse che erano i nomi dei figli». Era l’ultimo pensiero di un padre di famiglia che stava morendo. Ma Sciolé lo viene a sapere alla fine di quella giornata frenetica: «La sera rientrammo in ufficio, all’epoca non c’erano telefoni cellulari e credo che volutamente non comunicarono per radio che Di Resta era morto. Fu il buon Domenico Fanciulli, della nostra segreteria, a dircelo. “Marino non ce l’ha fatta”. Rimasi senza parole. Pensavo fosse una ferita, invece i rapinatori a freddo gli concentrarono più colpi nella parte inguinale. È morto così. Io stetti malissimo. E oggi sì, è importante continuare a ricordarlo».

