«Dovevamo salvare il piccolo»
Parlano i carabinieri-eroi che hanno rischiato la vita pur di evitare una sparatoria
MONTESILVANO. «Quando ci ha puntato la pistola addosso gridandoci che dovevamo andarcene via, abbiamo anche noi estratto le pistole. Gli abbiamo detto: guarda che noi non abbiamo paura di te. E a quel punto ha fatto una cosa che mai uno si aspetterebbe da un padre: ha strappato suo figlio dal letto e lo ha usato come scudo umano, continuando a puntarci la pistola contro».
Il grande sangue freddo mostrato dai due carabinieri ieri mattina davanti a un’arma da fuoco adesso è pari alla loro agitazione. I due militari in quota al radiomobile di Montesilvano infatti per la prima volta in vita loro hanno avuto nel mirino della loro Beretta un bambino. Un’esperienza che nessun tutore dell’ordine vorrebbe mai vivere.
Il brigadiere ha 37 anni, l’appuntato 35. Grazie alla loro reazione, al loro sangue freddo e alle parole usate per tranquillizzare il padre, quel bambino è vivo. Presto verrà affidato ai servizi sociali e potrà sperare in un futuro migliore. Il racconto di quei sette minuti di terrore prosegue: «Il bambino si è svegliato all’improvviso e si è ritrovato noi davanti con le pistole puntate. Ha iniziato un pianto disperato e noi a quel punto siamo tornati indietro, dicendo al padre di calmarsi, che si trattava soltato di un provvedimento, che tutto si sarebbe messo a posto se non si fosse messo a fare cavolate. Abbiamo pensato solo a salvare il piccolo. A quel punto D.G. ha cercato una via di uscita: ha lasciato il bambino in camera e, essendo in un piano rialzato, si è lanciato dalla finestra tentando la fuga dal giardino». La corsa è durata meno di un minuto, perchè all’esterno l’uomo ha trovato i carabinieri. Prima di essere catturato, però, D.G. ha fatto in tempo a liberarsi della pistola, scaraventandola in un giardino vicino. Quando più tardi i militari sono tornati in zona per cercare l’arma, hanno scoperto che l’uomo era in possesso di una pistola clandestina di provenienza slava, caricata con dieci proiettili calibro 40 Smith & Wesson. Di questi dieci proiettili, i primi cinque avevano l’ogiva seghettata e, con molta probabilità, nelle fessure era stato fuso il mercurio o altra sostanza; mentre le altre pallottole avevano l’ogiva tronca. «Sono proiettili modificati per fare il maggior danno possibile, in quanto l’assenza di ogiva non permette al proiettile di fuoruscire dal corpo», spiega il tenente Agostinelli. I due carabinieri hanno rischiato doppiamente la loro vita: non solo perchè la pistola era vera, ma era anche caricata con proiettili letali.

