Droga e ricatti: chiesto il processo per Mastramico, il figlio e altri 7

9 Aprile 2024

Dopo gli arresti di novembre con l’operazione “Godzilla” dei carabinieri, arriva la richiesta del pm Nel mirino, la villa a Elice, roccaforte dello spaccio, e i terreni vicini dove sotterravano lo stupefacente

PESCARA. Conducevano una vita molto agiata, con auto di lusso, villa con piscina che era diventata una roccaforte dello spaccio, viaggi e molto altro ancora: tutto grazie a un proficuo traffico di droga. Dopo gli arresti firmati dal gip Fabrizio Cingolani nel novembre dello scorso anno, adesso per Claudio Mastramico, suo figlio Antonio detto Toni (i due principali protagonisti), e per altri sette compartecipi dei traffici, arriva la richiesta di processo firmata dal pm Andrea Di Giovanni.
Le accuse sono piuttosto pesanti e, oltre al traffico di ingenti quantitativi di cocaina e hashish, ci sono anche altri reati contestati a vario titolo (in particolare a padre e figlio), quali tentata estorsione, tentata violenza privata e persino induzione a non rendere dichiarazioni o a rendere dichiarazioni mendaci all’autorità giudiziaria, reato contestato in concorso anche a Valentino Sessa, che era un loro uomo che in carcere stava scontando una pena e che aveva ricevuto il compito di portare “pizzini” a un altro detenuto finito dentro per colpa dei Mastramico, e che non doveva parlare.
L’operazione dei carabinieri venne denominata “Godzilla”: indagine molto complessa visto che i militari del nucleo operativo di Montesilvano tenevano ininterrottamente sotto controllo i Mastramico dall’ottobre del 2022: erano pedinati, osservati, controllati in ogni modo e anche con telecamere posizionate strategicamente per eludere le bonifiche che costantemente i Mastramico operavano per evitare ingerenze delle forze dell’ordine (le loro auto venivano periodicamente bonificate per scoprire eventuali cimici).
Il loro fortino a Elice venne definito una sorta di “quartier generale” inespugnabile. La villa era infatti dotata di impianti di videosorveglianza anche a distanza, per rilevare qualsiasi tipo di presenza estranea. Un fortino dove i campi adiacenti, incolti e ricchi di vegetazione, erano il loro magazzino per la droga. Ma nonostante queste scrupolose attenzioni, i carabinieri erano riusciti a mettere delle telecamere nei campi incolti e a scoprire i nascondigli. Quando la droga veniva sotterrata, a distanza di pochi minuti i militari andavano a prelevarla (involucri «sigillati in più strati, tali da renderli impermeabili e impercettibili», come scrisse il gip nella misura, «anche al fiuto di eventuali unità cinofile»), facendo impazzire i trafficanti abruzzesi. Droga che i Mastramico, stando all’indagine, immettevano nelle piazze di Pescara, ma anche in quelle di Chieti e Teramo. E per cercare di risolvere il problema di quelle sparizioni, i Mastramico avevano escogitato un sistema: un “affidamento temporaneo” ad altre persone a loro vicine. Ma anche in questo caso i carabinieri erano un passo avanti, e finivano per arrestare e far parlare i vari “custodi”.
Per evitare che uno di questi custodi, finito in carcere, parlasse, era necessario istruirlo a dovere su quello che avrebbe dovuto dichiarare al giudice, e cioè che la droga la doveva custodire per un albanese. Per questo bisognava intimidirlo dentro il carcere per impedirgli di dire la verità.
In un’altra circostanza, quella della tentata estorsione, a farne le spese fu un giovane che aveva acquistato, in più occasioni, 50 grammi di cocaina, dal quale Claudio Mastramico pretendeva il pagamento di interessi (circa mille euro) per il ritardato pagamento.
«Gli indagati», scriveva il gip, «denotano una personalità proclive a delinquere, come emerge dalla gravità delle modalità di richiesta del pagamento delle somme dovute, dai mezzi utilizzati per costringere i custodi della droga a non fare i nomi di alcuni degli indagati, dalla prosecuzione delle attività nonostante i sequestri, circostanze che dimostrano professionalità a delinquere, rivelando come detti indagati abbiano fatto di tali comportamenti illeciti fonti di guadagno e sostentamento».
Oltre a padre e figlio, la richiesta di rinvio a giudizio riguarda anche Stefano De Leonibus, sua moglie Lorenza Di Matteo, Morris Guarnieri, Valentino Sessa, Angelo Serafini, Simone Grimani e William Iachini.
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