Droga e risse, chiusi nove locali in 4 mesi

Giro di vite della questura: stop all’attività di un altro bar in centro per 15 giorni. Passamonti: così si garantisce la sicurezza
PESCARA. Sei locali chiusi nel 2015, già 9 in appena 4 mesi del 2016 e non è ancora cominciata l’estate con la movida sulla riviera. È un giro di vite senza precedenti quello avviato dalla questura di Pescara contro i locali in cui circola droga, si radunano personaggi con precedenti penali e le discussioni finiscono in risse: l’ultimo locale sospeso per 15 giorni è il bar Di Tizio, in via Quarto dei Mille, una strada quasi obbligata per raggiungere il centro della movida in via Battisti. È la seconda volta in un mese che la questura chiude lo stesso bar. «Il provvedimento», dice una nota dei carabinieri, «è stato emesso anche in considerazione della posizione del locale che si trova in una zona di forte aggregazione giovanile ed è volto, quindi, a scongiurare la corruttibilità dei vari clienti, specialmente per il traffico di sostanze stupefacenti».
Tolleranza zero. Sono i numeri a dire che le maglie della tolleranza si sono strette. Ma il questore Paolo Passamonti non parla di un’inversione di tendenza rispetto al passato e spiega che la chiusura dei locali è solo la fotografia di uno stato di fatto in città: «Le forze dell’ordine fanno i controlli e se si registrano violazioni di norme che ledono l’ordine e la sicurezza pubblica, è necessario intervenire con le sospensioni».
Bar chiuso due volte. L’ultima chiusura ai danni del bar del centro è scattata dopo due controlli dei carabinieri, guidati dal capitano Claudio Scarponi: durante il primo, risalente all’8 aprile scorso, è stato scoperto uno zaino con dentro 5 dosi di marijuana, confezionate e pronte per lo spaccio, risultato appartenente a un cliente con precedente penali. Durante lo stesso controllo, sono stati trovati nel locale anche diversi pregiudicati. Una circostanza che si è ripetuta anche il successivo 22 aprile e ha fatto partire il secondo provvedimento di stop al locale. Il primo risale allo scorso 4 marzo.
Sfogo del titolare. Il titolare, Carlo Erneste, protesta: «Mi conviene chiudere definitivamente, tanto oramai comandano loro, avventori stranieri e di colore. Non posso vietargli di entrare perché rischio di essere denunciato, in quanto questo è un esercizio pubblico, e se chiamo le forze di polizia per segnalare la presenza di persone sospette queste, prima di andarsene, abbandonano la loro droga nei cestini o la buttano in bagno, e nei guai ci finisco sempre io. Dopo più di 60 anni, questo storico bar deve chiudere perché la legge non solo non può proteggermi, ma continua a penalizzarmi».
Il questore. Il questore, in generale, spiega: «Se troviamo un’alta concentrazione di pregiudicati in un locale può significare che in quel posto ci si incontra, magari per parlare e mettersi d’accordo su eventuali azioni e questo non è tollerabile. Allo stesso modo non possiamo permettere che i locali diventino centrali di spaccio e di consumo di droga: in questo senso, le sospensioni sono un modo per tutelare i ragazzi che frequentano questi luoghi. Ma», avverte il questore, «serve la collaborazione dei gestori dei locali». Di fronte alle chiusura, i gestori replicano che è difficile sapere se un frequentatore ha della droga addosso: «La responsabilità dei titolari dei locali è oggettiva», dice Passamonti, «e comunque non è che ci voglia un occhio chissà quanto esperto per capire che in una zona di un locale si verifica un’aggregazione diversa dal divertimento normale».
Ricorsi. Contro le sospensioni – l’iter è curato dalla polizia amministrativa guidata da Lucianna Colopi – è possibile fare ricorso alla prefettura e al Tar.
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