Droga sottoterra e ricatti Arrestati padre e figlio

Auto di lusso e crociere con i soldi dello spaccio: 8 indagati, i Mastramico in carcere
PESCARA. I carabinieri del nucleo operativo di Montesilvano, sotto la guida del pm Andrea Di Giovanni, smantellano una «roccaforte» dello spaccio di droga ad Elice. In otto compaiono nella misura cautelare firmata dal gip Fabrizio Cingolani: Claudio Mastramico e suo figlio Antonio (detto Toni) e Morris Guarnieri finiscono in carcere; Stefano De Leonibus, Sessa Valentino, Simone Grimani e William Iachini all’obbligo di dimora; Lorenza Di Matteo (moglie di De Leonibus) all’obbligo di presentazione alla pg. Si tratta di un’operazione, chiamata Godzilla, che, al di là delle misure eseguite, va a colpire personaggi molto noti alle forze dell’ordine come i Mastramico che, dall’ottobre del 2022 e fino all’aprile scorso, sono stati pedinati, osservati, controllati in ogni modo dai militari. Nello stesso periodo, i carabinieri hanno anche eseguito numerose perquisizioni e sequestri di ingenti quantitativi di droga (cocaina e hashish in particolare), man mano che venivano a conoscenza dei vari nascondigli.
Ma la forza intimidatrice della coppia composta da padre e figlio, Claudio e Toni Mastramico, andava anche oltre l’immaginabile e arrivava persino dentro il carcere San Donato di Pescara, utilizzando il detenuto Sessa, loro uomo di fiducia, che aveva il compito di mandare messaggi minacciosi a chi era finito dentro per colpa loro. Oltre ai reati di spaccio, ci sono anche quelli di violenza privata e di induzione a non rendere dichiarazioni o a renderle mendaci all’autorità giudiziaria.
Tutto nasce da quanto accadeva nel loro fortino a Elice, «una sorta di quartier generale inespugnabile»: la villa con piscina dei Mastramico (che conducevano una vita molto agiata, con auto di lusso, crociere e altro ancora), dotata di impianti di videosorveglianza anche a distanza per rilevare qualsiasi tipo di presenza estranea, e in particolare delle forze dell’ordine. Un fortino dove i campi adiacenti, incolti e ricchi di vegetazione, erano diventati un magazzino per la droga. Sempre attenti su tutto (tanto da bonificare periodicamente le loro auto per scoprire eventuali gps) da non accorgersi però che i militari avevano installato anche loro una telecamera con la quale spiavano ogni mossa e ogni loro incursione nella campagna per sotterrare e dissotterrare involucri di droga (che poi i carabinieri sistematicamente portavano via). «Una telecamera orientata nella parte posteriore dell’abitazione di famiglia, la cui visione», scrive il gip, «permetteva di raccogliere inequivocabili elementi di prova». Ed era sfruttando la «fitta vegetazione allocata al di fuori della recinzione della loro abitazione che occultavano ingenti quantitativi di droga che immettevano nel mercato della provincia di Pescara, ma anche di Chieti e Teramo». Involucri «sigillati in più strati o inseriti in contenitori tali da renderli impermeabili e impercettibili anche al fiuto di eventuali unità cinofile». E quando il terzetto (compreso Guarnieri) si rendeva conto dei “prelievi” dei carabinieri, trovava un nuovo nascondiglio nelle vicinanze, nell’azienda agricola di un “custode” costretto ad obbedire ai Mastramico, fino a essere pure arrestato. E quando finì in carcere, lì venne avvicinato da Sessa che, tramite un cellulare che aveva in cella (poi scoperto) aveva ricevuto ordini da Mastramico: il custode doveva cambiare avvocato e riferire al pm che la droga era di un albanese sconosciuto: se non lo avesse fatto ne avrebbe pagato le conseguenze con la famiglia. La moglie venne infatti avvicinata da Toni che le disse: «È tutta colpa mia, L. non c’entra, gli ho chiesto un favore per una sola sera». Cioè custodire cocaina e hashish per un valore di 100mila euro. Stessa cosa i Mastramico fecero con De Leonibus, proprietario di un ristorante della zona, cui venne affidata una partita da custodire e che, dopo la visita dei carabinieri, restituì il pacco a padre e figlio. E il gip scrive: «Gli indagati denotano una personalità proclive a delinquere, come emerge dalla gravità delle modalità di richiesta del pagamento delle somme dovute, dai mezzi utilizzati per costringere i custodi della droga a non fare i nomi di alcuni degli indagati, dalla prosecuzione delle attività nonostante i sequestri, circostanze che dimostrano professionalità a delinquere, rivelando come detti indagati abbiano fatto di tali comportamenti illeciti fonti di guadagno e sostentamento».

