E la crisi spazza via anche Texada

12 Ottobre 2014

Chiude lo storico negozio di sport davanti allo stadio. La titolare: «Alle troppe tasse si aggiungono i danni per gli allagamenti»

PESCARA. Apre un cassetto, prende un fascio di fotografie stampate su carta, le poggia sul bancone ormai inutile, e ricorda: «È il giorno in cui mi hanno premiata come “Vetrina più bella di Pescara"». Il giorno è quello in cui l’Italia di Prandelli, nell’ottobre del 2011, venne a Pescara per disputare l’ultima partita del girone di qualificazione per gli Europei del 2012, contro l’Irlanda del Nord, e lei è Ada Colangeli, titolare di Texada, di fronte al campo sportivo Adriano Flacco.

Un negozio che per venticinque anni ha vestito gli sportivi di Pescara («ma anche di fuori», interviene il titolare del bar che è a fianco al locale), il quale però Colangeli ha deciso di chiudere. «Basta. È impossibile continuare», spiega con le foto ancora sul balcone. «Qui pago quasi 2.000 euro di affitto mensile, al quale si devono aggiungere tutte le tasse, per un totale di 6.000-6.500 euro al mese». «E così è impossibile continuare», spiega la titolare di Texada. Una decisione forse presa da qualche tempo. «A questi esborsi poi si sono aggiunti gli allagamenti del dicembre scorso», fa notare mentre indica alcuni dei danni subiti.

E dire che da Texada, riferisce Colangeli, si sono recati fior di campioni della pelota, o comunque personalità del calcio. «Negli anni, qui da noi», affonda nella memoria i ricordi Colangeli, «sono venuti a fare acquisti Leo Junior, Andrea Camplone, Giovanni Galeone. E poi ricordo anche i fratelli Fedele», aggiunge riferendosi alla presidenza della società del Pescara di qualche anno fa.

Insomma, un’altra saracinesca che si abbassa, a causa della crisi, dopo cinque lustri, gestita da sola («Le mie due figlie hanno voluto fare altro»), a vendere abbigliamento sportivo per calciatori, ma anche per boxer, cestisti e altro ancora. E poi Texada non è stato solo un negozio. Già, poiché in molti ricorderanno che è stata anche la fabbrica che, a Fontanelle alta, dal 1969, fino al 2000, l’anno della chiusura, produceva tessuti. «Abbiamo fornito anche il Pescara, per le sue magliette», rammenta ancora Colangeli. Per la quale sì, la nostalgia assume un ruolo di peso, ma nondimeno l’orgoglio. «Voglio sottolineare non solo che non sono dispiaciuta per questa decisione», precisa, «in quanto ora non ho più i 6.000 euro da pagare al mese, soldi che mi godrò diversamente. Ma anche che lascio senza neppure un centesimo di debiti. Anzi, c’è forse qualcuno che mi deve qualcosa». E se ancora ci fosse un pizzico di rammarico, la sua sparizione appare immediata quando sciorina le cifre pagate per chiudere l’attività. «Ho dovuto persino pagare per disattivare il Pos, la cassa degli scontrini fiscali e altro», conclude Colangeli pensando al suo futuro.

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