E per Morrone è stato un momento d’ira

Ecco come il marito raccontava l’omicidio di Teresa a un amico. Agli atti, altre testimonianze
PESCARA. «In alcune occasioni ho visto Giulio strattonare mia sorella Teresa. In una circostanza, quando Giulio Morrone aveva ancora la ditta in via Pisacane, l’ho visto proprio in quella via trascinare con l’auto in uso alla ditta mia sorella, incurante che lei si fosse aggrappata alla Peugeout 304».
E ancora: «Giulio conduceva una vita dissoluta prima che si trasferisse con il suo nucleo familiare nell’abitazione di via Lago di Garda di Santa Teresa di Spoltore... tornando a casa un pomeriggio insieme a Teresa, trovammo Giulio in compagnia di alcuni uomini intenti a consumare cocaina nel locale soggiorno. Ne scaturì una lite violenta tra Teresa e Giulio, tanto che mia sorella venne picchiata con pugni e schiaffi in presenza di quelle persone».
A parlare, a dicembre del 2012, sono rispettivamente Roberto e Maria Pia Bottega, fratello e sorella di Teresa che agli investigatori svelano il menage coniugale che c’era tra Teresa e Giulio Morrone, arrestato per l’omicidio della moglie proprio in quei giorni.
È sulla ricostruzione di quel rapporto e sull’indole caratteriale di Morrone (a cui è legata l’aggravante speciale dei futili motivi e la relativa condanna a 30 anni), che i fratelli di Teresa, assistiti dall’avvocato Ernesto Torino Rodriguez, potrebbero decidere di ricorrere per Cassazione.
Un’ipotesi più che probabile, anche per quanto riguarda il ricorso dello stesso procuratore generale della Corte d’assise d’Appello dell’Aquila, e che si potrebbe materializzare dopo il 10 maggio quando si conosceranno le motivazioni con cui per la seconda volta a Morrone non è stata riconosciuta l’aggravante speciale di quei futili motivi.
Eppure, come fa notare l’avvocato Rodriguez nella sua memoria difensiva depositata in udienza, «agli atti del processo vi è un documento inspiegabilmente trascurato dal gup del Tribunale di Pescara che, se attentamente considerato, avrebbe sicuramente condotto il primo magistrato a ritenere applicabile l’aggravante dei futili motivi».
Il documento è lo stralcio di una telefonata che Morrone fa il 18 dicembre del 2012, quando il caso Bottega è già su tutti i giornali, e a una persona con cui parla dell’omicidio della moglie riferisce «che si è trattato di un momento di ira, di follia, e che stava uscendo per andare ad accompagnare il figlio». Una spiegazione, secondo l’avvocato delle parti civili, che se collegata agli elementi di prova integrati da altre dichiarazioni, «avrebbe reso la cifra della inclinazione realmente violenta del Morrone di quel tempo, il quale era aduso a risolvere i problemi con la moglie picchiandola».
Uno scenario ricostruito nel dettaglio dall’accusa che aveva chiesto per Morrone 30 anni di reclusione, ma che non è stato tenuto in considerazione, privilegiando invece la versione di Morrone e della figlia Annamaria, nè dal gup nè, in secondo grado, dalla Corte d’assiste d’appello. Ma in questa considerazione sono stati rispettati i criteri di valutazione delle prove, secondo quanto previsto dal codice di procedura penale? È sulla forma, adesso, che potrebbe giocarsi il futuro di Giulio Morrone. ©RIPRODUZIONE RISERVATA

