È sciopero contro il caro vita. Corteo nel centro di Pescara

Nuova manifestazione venerdì sotto il Comune, il sindacato Usb: la spesa è un lusso, basta
PESCARA
Sono almeno 7 i perché dello sciopero generale «di tutte le categorie pubbliche e private» contro il caro vita che, venerdì, potrebbe bloccare l’Abruzzo con la protesta regionale convocata sotto alle finestre del Comune di Pescara. Uno: «La spesa quotidiana non può diventare un lusso». Due: «Intervenire subito su alimentari, energia, bollette, carburanti e affitti». Tre: «Aumenti veri in busta paga e rinnovi dei contratti che recuperino tutto il potere d’acquisto perso». Quattro: «Se aumentano i prezzi, devono aumentare automaticamente anche salari e pensioni». Cinque: «Tassare extraprofitti e grandi rendite. Il costo della crisi non può essere scaricato sui lavoratori». Sei: «Le risorse pubbliche devono andare a salari, pensioni, sanità, scuola, casa e servizi pubblici, non alle armi». Sette: «Basta chiusure, licenziamenti e delocalizzazioni pagate con soldi pubblici. Difendiamo occupazione, produzioni e futuro industriale del Paese».
La rabbia di quelli che non arrivano più alla fine del mese – perché il conto della crisi è ogni giorno più alto e a pagarlo sono sempre i lavoratori – torna in strada: l’appuntamento della manifestazione abruzzese è in piazza Italia, a Pescara, il 30 ottobre alle ore 10. Domani, alle 9.30, nella sede Usb di Pescara Porta Nuova, il sindacato spiegherà come si svolgerà la protesta.
Il dato di partenza è quello che le persone avvertono ormai da mesi: «Ogni mese lavorare costa di più e il salario vale di meno», dice il sindacato Usb. È il controsenso della quotidianità: gli stipendi evaporano a causa dei rincari. L’Usb invece ricorda quella che dovrebbe essere un’ovvietà: «Il salario deve bastare per vivere e non possiamo lavorare per diventare più poveri».
L’Unione sindacale di base fotografa la realtà di tutti i giorni sopportata dalle famiglie: «Aumentano la spesa, le bollette, gli affitti e i carburanti. Gli stipendi, invece, non tengono il passo. Mentre milioni di lavoratori e pensionati fanno sempre più fatica ad arrivare a fine mese, miliardi di euro vengono destinati al riarmo e alle spese militari. Non possiamo continuare a pagare noi».
Sulla carta, dovrebbe essere una protesta pacifica ma, dopo la devastazione dei giorni scorsi nelle città, a partire da Milano, anche a Pescara l’allerta resta alta: i cortei dei maranza in programma sabato e domenica, con uno schieramento di forze dell’ordine in assetto antisommossa fino a piazza Salotto, sono saltati e i negozi, i locali e i bar sono rimasti aperti ma la questura sta studiando il piano dei controlli per azzerare il rischio di incidenti.
Nella lettera di proclamazione dello sciopero, firmata dai sindacalisti Usb Daniela Mencarelli, Marco Benevento e Guido Lutrario e mandata al presidente del Consiglio Giorgia Meloni e ai ministri Marina Calderone (Lavoro) e Paolo Zangrillo (Funzione pubblica), si sottolineano i punti fermi e si invoca, soprattutto, «un intervento sulla condizione economica generale attraverso: il governo può e deve introdurre un controllo sui prezzi di tutti i generi che influiscono in modo determinante sulle condizioni di vita della popolazione che vive di salari e pensioni, con meccanismi di calmieramento e tetti che mettano in protezione da una crescita fuori controllo dei prezzi».
Altra richiesta è «l’eliminazione dell’Iva dai beni di prima necessità, l’abbattimento delle accise sui carburanti, la tutela delle utenze domestiche per l’energia elettrica e il gas, lo stop agli sfratti e agli sgomberi e il collegamento tra affitti e salari».
Sugli stipendi, il sindacato chiede il ritorno della “scala mobile” con «aumenti salariali che redistribuiscano la ricchezza a partire dalla soglia di un minimo tabellare non inferiore a 2000 euro, equivalente a 12 euro l’ora». Poi, «stop a nuovi interventi contro il sistema pensionistico pubblico e l’allungamento ulteriore dell’età pensionabile, per una politica di maggiori tutele per lavoratori pubblici e privati. Per una politica industriale che metta in sicurezza i posti di lavoro, a cominciare dall’Ilva e dal settore auto (con il loro indotto), e tuteli l’ambiente e il territorio». Per trovare risorse, allora, «stop ai piani di riamo europei e italiani e la destinazione dei fondi a tutela dei servizi pubblici, al calmieramento dei prezzi e alla politica dell’abitare». E poi «l’interruzione di ogni relazione istituzionale e collaborazione economica, scientifica e politica con lo stato di Israele, unito all’embargo completo sulle armi, sui componenti utili alle armi, sui materiali utili all’armamento, sui trasferimenti di tecnologie e su tutti beni materiali e immateriali “dual use” verso lo stato di Israele. Il rispetto della legge 185 del 1990 contro il traffico di armi con paesi coinvolti in teatri di guerra o colpevoli di ledere i diritti umani».
Nel mirino anche i decreti sicurezza varati dal governo Meloni dopo gli scontri: sciopero «contro tutte le misure di polizia e che ledono gli spazi di espressione e di democrazia con le quali si sta cercando di mettere un bavaglio alle proteste; contro tutte le scelte istituzionali che hanno un chiaro sapore discriminatorio e per chiedere la regolarizzazione di tutti i lavoratori stranieri».

