Eco a Teramo, l'intervista: "Il nostro mondo fuori contatto"

Lo studioso: oggi si è meno dipendenti dai messaggi unificati ma più confusi dal web
di Anna Fusaro
«Vi do appuntamento al 2064 per un altro cinquantenario di un mio libro». Così Umberto Eco ha salutato, dopo averlo conquistato, il folto pubblico salito ieri mattina al campus universitario teramano per la tavola rotonda “Apocalittici e integrati: una rilettura contemporanea” a cinquant’anni dalla pubblicazione della celebre raccolta di saggi del professore, che scardinò tutte le convinzioni e opposizioni di anciens e modernes, conservatori e innovatori, apocalittici e integrati appunto, sulle comunicazioni di massa.
L’intellettuale italiano più famoso e tradotto nel mondo (basti pensare alle 47 lingue e 30 milioni di copie per “Il nome della rosa”), studioso di estetica, semiotico, filosofo e romanziere, invitato a Teramo da Stefano Traini, preside della facoltà di Scienze della comunicazione, per il 42° congresso dell’Aiss (Associazione italiana di studi semiotici), si è fermato due giorni in città. Sabato sera ha rilasciato questa intervista al Centro.
Professore, in “Apocalittici e integrati” affermava che elaborare una teoria dei mass media equivaleva a concepire una “teoria di giovedì prossimo”. E oggi, coi media in tumultuosa proliferazione e trasformazione?
«Oggi è ancora più difficile. Basta che un giapponese inventi un cosina, un piccolissima applicazione, perché cambi il modo di comunicare. La tecnologia cambia tutto. Anni fa a un convegno, a una domanda sui social network, risposi che avrebbero creato una nuova modalità di comunicazione e aumentato i contatti tra le persone. Oggi posso invece dire che i social creano scontatti, si parla con fantasmi, che tutti insieme creano un rumore di fondo, un brusio, un cicaleccio da Bar Sport a dimensione globale. Ma il Bar Sport la sera chiudeva la saracinesca e il cicaleccio finiva lì, invece sui social network continua, ma sempre più vi si fa meno caso. Si può prestare attenzione al tweet del papa, ma il tuo tweet si perde tra miliardi di altri cinguettii. È una perdita di comunicazione per eccesso».
Nell’epoca dei social che isolano le persone hanno ancora senso categorie come cultura di massa, industria culturale, mass media?
«La massa si è frammentata. Nel momento in cui sono apparsi Pop Art e Beatles si è creata una confluenza tra cultura alta e cultura bassa. Si è dissolta la distinzione tra alto medio e basso. Oggi coesistono il romanzo pubblicato da un grande editore e il fumetto fatto da un gruppo di studenti. E la gagliofferia può essere presente anche in una raffinata collana di poesia. E che cos’è il self publishing se non una specie di grande teatro dove tutti gridano saltano partecipano?».
Lei parlò di guerriglia della ricezione come autodifesa dai messaggi imposti dall’alto. Oggi con blog, social e siti personali si è passati alla guerriglia dell’informazione fai-da-te?
«La guerriglia semiologica significava questo: se non puoi cambiare il messaggio puoi però occupare una sedia e discutere sulle possibili interpretazioni del messaggio. Come nel vecchio cineforum cattolico. Oggi la possibilità per ognuno di parlare on line significa la possibilità di reagire a un messaggio unificato. All’interno del brusio globale la gente impara a reagire in modo personale ai messaggi che riceve. Oggi si è meno dipendenti dal messaggio unificato, ci si casca di meno. Almeno i più giovani, i cinquantenni non sanno fare niente col computer, guardano ancora Mediaset».
Che effetto le fa, avendo scritto una “Storia della bruttezza”, questo continuo parlare di bellezza?
«Va tenuto presente l’assoluto relativismo della nozione di bellezza. Ogni cultura ha il suo concetto di bellezza. Tutte le nozioni di bellezza vanno bene. Si può parlare di bellezza per ogni cosa. Si può parlar di bellezza fisica, che va dai Bronzi di Riace a Scarlett Johansson. Ma un maschietto di oggi non andrebbe mai con una donna di Rubens, ideale di bellezza ai tempi del pittore. Per il resto, parlare di bellezza serve a far fremere le signore del Soroptmist».
La rivoluzione digitale sta uccidendo i media tradizionali, giornali, televisione, radio, cinema?
«È inevitabile il cambiamento ogni volta che nasce una nuova tecnologia. Già la televisione ha avuto il problema del processo di settimanalizzazione dei giornali, per cui, come disse Achille Campanile, leggere il giornale al mattino e cercarne poi conferma nel telegiornale della sera era come inviare una lettera concludendo “segue telegramma”. Poi la televisione è stata scavalcata da Internet. Un fatto è appena accaduto e già si trovano fatalmente tutte le informazioni in rete. Però la comparsa di un nuovo mezzo di comunicazione non determina la morte di un medium esistente, ma la sua trasformazione. Il cinema non ha distrutto il teatro, la fotografia non ha distrutto la pittura, però a quel punto non aveva più senso il ritratto in pittura perché la fotografia sapeva farlo meglio, e così la pittura si è data all’astrazione. Sono processi inevitabili. Tuttavia il giornale ha ancora una funzione importante per quelli della mia generazione, hegeliani. Resta la preghiera laica di ogni mattino».
Lei è stato il papà di Scienze della comunicazione in Italia. Come spiega la diffidenza che ha sempre accompagnato questa facoltà?
«Ogni tentativo innovativo è stato oggetto di scherno, pensi al Dams. Purtroppo ci fu una degenerazione del disegno originario delineato dalla commissione Ruberti di cui facevo parte, che prevedeva 5 anni di corso, numero chiuso bloccato a 150 studenti, e solo 4 facoltà in Italia. Significava selezionare la crème. Poi con l’autonomia gli atenei si son trovati nella necessità di far soldi, così molti si sono buttati su comunicazione, che faceva più audience di filologia classica. Da 4 corsi si è passati a 60, è stato tolto il numero chiuso, la laurea è diventata triennale. Ma il problema non è stato la riduzione a tre anni ma l’eccessiva semplificazione. Con la riforma Berlinguer tutta l’università italiana si è snaturata, con programmi ridotti e libri con non più di 100 pagine, anche se di filosofia. La diffidenza, verso Scienze della comunicazione e altre facoltà, è nata dalla riduzione del livello di difficoltà».
Professore, tra i politici di oggi chi è apocalittico e chi integrato?
«Casaleggio è un integrato, ma all’interno del sistema costruisce visioni apocalittiche. Vede come tutto si sfalda?».
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