Fanà, dal sogno americano alla tragedia nella miniera

29 Giugno 2018

Nato a Città Sant’Angelo, cercò fortuna nel villaggio di Benwood in West Virginia Ma nel 1924 un’esplosione di gas provocò la sua morte e quella di altri 118 operai

La storia di oggi è di quelle che andrebbero onorate e fatte conoscere anche a distanza di anni. Attiene alla sofferenza e alla voglia di riscatto di un uomo che, come tantissimi altri, cercò nell’emigrazione una soluzione alla miseria. Riscatto, in questo caso, negato e offeso dalla tragedia.
Pasquale Fanà era nato a Città Sant’Angelo, in contrada Maddalena, il 6 gennaio del 1882 da Pietropaolo (allora quarantottenne) e Maria Rosa Franciotti entrambi contadini. L’atto di nascita fu registrato dinanzi a Domenico Coppa Zuccari, all’epoca sindaco di Città Sant’Angelo.
A 22 anni, Pasquale decise di emigrare per gli Stati Uniti. Giunse a “Ellis Island” a bordo della “La Touraine, il 28 maggio del 1904. Si stabilì a Bellaire, in Ohio. Nel 1911 tornò in Italia per sposare la compaesana Donnina Carota (all’epoca ventiduenne e figlia di Michelangelo e di Maria Donata Del Duchetto). Qualche mese dopo il matrimonio, celebrato il 7 dicembre del 1911, ripartì per l’America. Il nostro Paese, purtroppo, non gli offriva null’altro che umiliazioni.
La coppia arrivò a “Ellis Island”, navigando sulla “Hamburg”, il 17 febbraio del 1912. Due anni più tardi, sarebbe nato Vincenzo. Il parto difficile e l’assenza della necessaria tutela medica furono, probabilmente, la causa del decesso sia della madre sia del bambino.
Nel 1917 Pasquale, che intanto passava da un lavoro all’altro, sposò la marchigiana Maria Olivieri dalla quale avrebbe avuto cinque figli. Con una famiglia così numerosa, Pasquale aveva la necessità di un maggior guadagno. Così non rifiutò l’offerta di andare a lavorare nelle miniere del West Virginia. Arrivò nella piccola cittadina di Benwood, poco più che un villaggio di minatori, nel 1922. Da notare che nel 1907 a Monongah, a pochi chilometri da lì, si era verificata una delle più grandi e immani tragedie minerarie e nel 1914, sempre in West Virginia, c’era stato l’Eccles Mine Disaster che causò la morte di 183 minatori.
Il durissimo lavoro della Miniera consentì a Fanà di sollevare il livello di vita della sua famiglia. Le condizioni di lavoro erano però infami: sicurezze inesistenti e le ore di lavoro, a volte, arrivavano anche a 14. Poi, la mattina del 28 aprile del 1924 la tragedia. Un’esplosione di gas provocò la morte di tutti i 119 minatori.
La scena che seguì fu di assoluto straziante dolore. Le mogli e i figli dei minatori si precipitarono sul posto urlando e chiamando a gran voce i nomi dei loro cari intrappolati nella miniera. Parenti e amici tennero, in attesa di notizie, una veglia costante fuori dall'entrata principale e questo nonostante una pesantissima e insistente pioggia. La notizia scosse l’opinione pubblica americana. Ci furono interrogazioni, denunce e indagini. Da quest’ultime emersero, inizialmente, tutte le responsabilità della proprietà. Successivamente si tentò di accreditare, come sempre accadeva, la tesi della “fatalità”.
Nell’immediato fu istituito un fondo di soccorso e solidarietà per le vedove e i figli dei minatori dalla locale Banca di Benwood. Ma, purtroppo, al danno si aggiunse una vergognosa beffa. Due impiegati della banca rubarono tutto il denaro derivante dalle sottoscrizioni. I due delinquenti furono poi catturati e condannati a dieci anni da scontare nel penitenziario statale della West Virginia a Moundsville. Ma il denaro, da loro sottratto, non fu mai recuperato. La stessa Banca di Benwood, travolta dallo scandalo, chiuse nello stesso anno. Rimasero le strazianti condizioni dei sopravvissuti. Mogli e figli a cui, all’improvviso, erano venuti a mancare i cari e il sostentamento da loro procurato. Finiva così, tragicamente, la vita e il “sogno americano” di Pasquale Fanà.
Ancora oggi a Benwood sorge una stele in ricordo di quell’evento e il nome del minatore abruzzese è, tra quello degli altri minatori, assai ben visibile. Ricordarlo anche nella sua terra ci è apparso doveroso.