Farindola e la zona rossa: ci si fa coraggio

Giancaterino, ufficiale di polizia municipale a Pescara, vive nel paese reduce dalla tragedia di Rigopiano
FARINDOLA. Vivere nella zona rossa. Con la consapevolezza di quello che sta accadendo, ma anche con l’ottimismo per il futuro. Mentre si occupa delle incombenze quotidiane per la famiglia e i genitori, che sono chiusi in casa da un po’, Massimiliano Giancaterino, ufficiale della polizia municipale a Pescara, racconta la sua Farindola ai tempi del coronavirus. E parte da una comunicazione diffusa dal sindaco, Ilario Lacchetta, per spiegare a chi vive in paese il perché della zona rossa, quella da cui non si entra e non si esce. È stata istituita, dice, «non per il numero elevato dei “positivi” che sono a Farindola, ma per creare un cordone sanitario che impedisca la nascita di focolai nell'area metropolitana, visto che solo pochi di noi lavorano qui, altri si spostano quotidianamente».
Com'è Farindola ora?
I miei compaesani sono stati rispettosi dall'inizio delle prescrizioni, sin dal primo decreto di Conte, dimostrando grande senso civico. In giro c'è poca gente, tutti osservano la distanza, e tutti vanno in giro con le mascherine, ma anche con i guanti.
Che reazioni avverte?
Noi siamo ottimisti per natura. Siamo montanari e dobbiamo esserlo per forza, visto che dobbiamo vivere a 50 chilometri dalla realtà. E tornerà tutto come prima, torneranno le nostre cene il venerdì o il sabato sera. Ma ora è il momento di serrare le fila e di fare quello che ci viene chiesto dalle autorità. Siamo di fronte a un evento di portata mondiale, di cui parleranno i libri di storia, e che ha portato addirittura a comprimere la libertà personale. Ma qui a Farindola abbiamo superato e stiamo superando Rigopiano. Quindi la comunità si fa coraggio dicendo che abbiamo passato di peggio, e passeremo anche questa. Siamo coscienti ma ottimisti.
Che immagine le resterà della Farindola di questi giorni?
Farindola è sempre stata una realtà vivace da tutti i punti di vista e vedere le strade vuote è impressionante. Ci sono stati giorni in cui non ho incontrato una sola auto mentre andavo al lavoro, se non nelle vicinanze di Pescara, o sulla strada del ritorno, specie di notte. Andando a fare la spesa qui in paese per i miei genitori ho visto poche persone e neppure una macchina.
E i suoi genitori cosa fanno in questi giorni?
Mio padre Umberto, che tutti chiamano Peppino, non esce dai primi di febbraio anche se in realtà dalla tragedia di Rigopiano (in cui ha perso un figlio, ndr) fa vita ritirata. Ora, poi, si è creato una sua zona rossa in casa. Sta in quella che era la mia camera da letto e si tiene a distanza da me per il fatto che lavoro a Pescara e sto in strada. Guarda continuamente il tg, si tiene informato. Mia madre Maria Rosa, che è pratica di Facebook e gestisce il profilo con l'aiuto dei miei figli, non esce da settimane. Hanno paura, come è giusto che sia, perché sanno che il virus predilige la parte più anziana della popolazione. Provvedo io alla loro spesa e alle medicine, essendoci negozi aperti e riforniti e la farmacia. E con loro l'argomento costante è l'evoluzione della pandemia.
Chi soffre di più questa situazione?
Forse i ragazzi. Sono abituati a uscire, a vedere gli amici, ora devono curare i loro rapporti di gruppo attraverso i telefonini, Whatsapp, la Playstation. Suppliscono con la tecnologia al bisogno di frequentarsi. Spero che tutto questo passi presto.
Come sono i controlli?
Ci sono i vigili e anche i carabinieri della compagnia di Penne, che si occupano di una sorveglianza piuttosto assidua, e poi ci sono la protezione civile e l'amministrazione comunale che si danno da fare con una attività dissuasiva e di controllo, assicurando anche l'assistenza a domicilio, visto che qui vivono per lo più anziani. È preziosa l'opera di don Luca, che è molto attivo: si sta impegnando tanto e ha iniziato a trasmettere la messa su Facebook.
©RIPRODUZIONE RISERVATA

