«Fedeli critica le parole ma non dà risposte reali»

2 Marzo 2017

I Nastrini rossi abruzzesi consegnano una lettera alla ministra dell’Istruzione «Noi deportati, ma gli ebrei non c’entrano. Ora fatti sulle assegnazioni provvisorie»

PESCARA. È scontro a distanza tra i 400 Nastrini rossi abruzzesi (30 mila in tutto il Meridione) e il ministro dell'Istruzione Valeria Fedeli, che nei giorni giorni scorsi è stata in visita nelle scuole di Città San’Angelo e del Teramano. I docenti «deportati» nelle regioni del Nord dallo scorso anno scolastico, e a rischio di ripetere l’esperienza nel prossimo, hanno chiesto al ministro di rimettere mano alle assegnazioni provvisorie con urgenza, per ottenere entro giugno la stabilizzazione del posto in Abruzzo. Il “posto fisso” vicino casa.

Il ministro ha risposto sorvolando sulla questione e soffermandosi sul termine «deportazione» usato dai Nastrini, che ha definito «linguaggio non degno di chi educa, di chi rappresenta la scuola». Secca la replica dei Nastrini : «Basta speculazioni semantiche, servono fatti». La responsabile del dicastero ha ricevuto tre giorni fa nella cittadina angolana la lettera aperta consegnata dalla delegazione di Nastrini abruzzesi, coordinati da Francesca Carusi accompagnata dalle colleghe Francesca Marsico (Puglia), Anna Chianese (Campania), Brigida Giurintano (Sicilia), Magda Dalessandri (Basilicata), Rosita Ceraldi (Calabria) e dall'assessore regionale all'Istruzione Marinella Sclocco. «Un incontro», spiegano le docenti, «ultimo di una lunga serie in mezza Italia, per ribadire che i docenti dei Nastrini rossi sono una brutta stortura della legge 107/2015, un effetto collaterale di una legge frettolosa e poco attenta alle reali esigenze della scuola pubblica». Nella lettera, consegnata a mano al ministro, si ribadisce che i Nastrini «continuano a nutrire perplessità sulla volontà di non dare le assegnazioni provvisorie in deroga a tutti, al fine di garantire un regolare avvio del prossimo anno scolastico. Queste affermazioni continuano a far sentire i Nastrini rossi (simboli della protesta avviata con l'entrata in vigore della legge sulla Buona scuola) rei di essersi affidati allo Stato e ora, in tutta risposta, si ritrovano ad essere precari di ruolo, quasi tutte donne, con un’età media di 45 anni e con meno certezze di prima». E le insegnati elencano poi nella missiva le difficoltà di partire per il Nord, dove hanno la cattedra per tre anni, lasciare le famiglie, cercare casa e ricominciare altrove: «Con 1300 euro al mese ci viene chiesto di lasciare gli affetti per andare in zone in cui lo stipendio certamente non può bastare a tenere aperte due case, ad affrontare i continui e costosi viaggi di chilometri e chilometri, a vivere con dignità. Noi, i nuovi poveri. Il rapporto Eurispes del 2017 dichiara che il 48,3 % delle famiglie non riesce ad arrivare a fine mese e, se la soglia di povertà relativa si aggira intorno alle 1200 euro al mese, con il nostro spostamento in massa si darà il via a una vera e propria emergenza sociale, tutta del Sud. La straordinarietà creata dalla legge 107/15 non si è affatto conclusa. I Nastrini in coda a tutti, forzatamente “deportati” al nord (a differenza degli ex immobilizzati che hanno scelto volutamente la provincia in cui diventare di ruolo), gli unici nella storia scolastica».

Per La ministra dell’Istruzione e Ricerca le proteste per le riforme sono lecite, ma il linguaggio è sbagliato, diseducativo se viene così usato dagli insegnanti. Nel corso della presentazione, il 28 febbraioalla Camera, del volume “Far crescere la persona. La scuola di fronte al mondo che cambia” , la Fedeli ha ribadito che «non si può dire che sono state “deportate” le persone, qual è l'insegnamento che diamo?».

Non si è fatta attendere la risposta dei Nastrini dell'Italia del sud: «L'utilizzo del termine “deportati” non ha mai voluto indicare o suggerire un’analogia tra la nostra situazione e quella della popolazione ebraica sotto il nazifascismo, ma per deportazione si intende il trasferimento coattivo di un individuo o un gruppo di individui poi obbligati a risiedere in un luogo diverso dal proprio. Ciò che sta accadendo a noi».

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