Finta vendita della casa per sfuggire alla confisca: padre e figlio sott’accusa

Tocca anche Montesilvano un’inchiesta dell’Antimafia di Caltanissetta Tra gli affari dell’imprenditore Forno, la cessione di un appartamento
PESCARA. Gli affari dell’imprenditore siciliano Ettore Forno, 54 anni, finito nel mirino della Direzione investigativa antimafia di Caltanissetta per reati che vanno dalla truffa all’evasione fiscale fino all’usura, toccano anche Montesilvano. È qui che l’imprenditore avrebbe messo in scena la finta vendita di un appartamento, da padre a figlio, per sfuggire alle maglie della confisca: un’operazione da 110mila euro che sarebbe stata conclusa, sostiene l’imprenditore, «con denaro proveniente da solidarietà familiare delle zie e del fratello» mentre, per l’accusa, quei soldi sarebbero frutto delle sue attività illecite e sarebbero arrivati sul conto del figlio «attraverso un trasferimento fraudolento di valori» grazie a una rete di parenti compiacenti.
CHI è FORNO L’imprenditore di Leonforte è il protagonista di un’indagine della Dia partita nel 2010 seguendo le ingenti movimentazioni finanziarie portate avanti. Tra i beni sequestrati dal 2019 all’anno scorso, per un importo di circa 7 milioni ci sono ditte dell’edilizia e di apparecchiature telefoniche, gestione di sale giochi e ristorazione, fabbricati e terreni e una villa con piscina a Nissoria. In un’indagine bis, con sequestri per un milione, sono scattati i sigilli anche a immobili a Pescara. Così i magistrati della sezione misure di prevenzione del tribunale di Caltanissetta Roberta Serio, Simone Petralia e Emanuela Carrabotta descrivono Forno: «Pur non apparendo formalmente affiliato ad alcuna associazione criminale organizzata», dice il decreto di sequestro dei beni, «risulta inserito nel contesto territoriale, predisposto ad attività illecite basate essenzialmente sul denaro contante, che contaminano pesantemente l’economia territoriale con la parallela costituzione di attività economiche illegali e il reimpiego di denaro di provenienza illecita».
FIGLIO SENZA SOLDI Il caso del «trasferimento fittizio» della casa di Montesilvano di padre in figlio è citato in una sentenza della Corte di Cassazione: secondo i giudici della seconda sezione penale presieduta da Giovanna Verga, il figlio di Forno, Matteo, descritto come «soggetto privo di redditi e attività lavorativa», non avrebbe potuto permettersi di comprare quell’appartamento: «Non era nelle condizioni economiche necessarie per pagare il prezzo (pari a 110mila euro) degli immobili ubicati in Montesilvano da lui acquistati in data 26/02/2018». Per dimostrarlo, la Cassazione segue la scia dei soldi: «Da una serie di trasferimenti di somme di denaro transitate nei conti correnti» di almeno 4 persone emergerebbe «la natura fraudolenta dell’acquisto oggetto di indagine, anche in considerazione del fatto che gran parte del denaro utilizzato per acquistare l’immobile è stato fornito dall’indagato e che la giustificazione addotta dai parenti (regali di compleanno) è stata ritenuta non credibile in considerazione del significativo tempo trascorso dalla data di nascita del ricorrente rispetto alle date di versamenti in suo favore».
DRIBBLING ALLA CONFISCA Dice la Cassazione che «i trasferimenti oggetto di indagine erano frutto del timore di Ettore Forno di essere sottoposto a misura di prevenzione». E ancora: «Il fondato e concreto timore di Ettore Forno di essere sottoposto a misura di prevenzione trovava ulteriore fondamento nella circostanza che il predetto è stato destinatario di condanne definitive per reati di significativa gravità (truffa e traffico illecito di dati) oltre che condannato in primo grado per il reato di usura». In un altro passaggio, la sentenza sottolinea: «L’essere stato più volte condannato e aver subito di recente un sequestro per equivalente in altro procedimento rendeva facilmente prevedibile il prossimo inizio del procedimento di prevenzione nei confronti di Ettore Forno».
«RETE COMPIACENTE» Di conseguenza, recita la sentenza, «l’acquisto degli immobili siti in Montesilvano, lungi dal costituire il frutto di genuina volontà negoziale, ha rappresentato solo lo schermo dietro il quale Ettore Forno ha tentato di porre al riparo immobili a lui riconducibili dai rischi di una possibile confisca di prevenzione, potendo a tal fine confidare sulla compiacente collaborazione prestata da diversi soggetti, appartenenti alla sua cerchia familiare». E «primo fra tutti», dice la Cassazione, il figlio.

