FORCONI, I COLORI DELLA RIVOLTA NELLA CRISI ITALIANA

Qual è il colore dei forconi? Nero come il futuro dei nostri giovani? Rosso come la rabbia di chi protesta? Verde come le tasche della maggioranza degli italiani? O piuttosto l’azzurro delle illusioni di chi si ostina a non vedere, sentire, parlare? È di ogni colore e di nessun colore l’insorgenza ribellistica che da una settimana paralizza gangli vitali dei trasporti e degli approvvigionamenti lungo lo Stivale. A macchia di leopardo. 

Arcobaleno indistinto di umori, rivendicazioni, storie personali, frustrazioni collettive, colpe pubbliche. Sono comparsi all’improvviso i forconi, ma non dal nulla. O perlomeno, non senza motivo. Generati dalla crisi. Il mondo della politica ufficiale appare sorpreso. Colpevolmente preoccupato. Prigioniero della propria autorappresentazione quotidiana per accorgersi di ciò che ribolle nel Paese profondo. Presi in contropiede persino i parlamentari 5 Stelle, neofiti delle alchimie romane. Di destra o di sinistra. Antagonisti o neofascisti. La ricerca dell’etichetta giusta serve dunque a rassicurare chi si trova di fronte a qualcosa che non si comprende. Che non ha una testa unica, né regia politica. Almeno finora.

Nei blocchi stradali e nei tafferugli di piazza si ritrovano gomito a gomito gruppi contrapposti. Come a Torino dove gli ultras del Toro e della Juve erano mescolati nella folla che ha provato ad assaltare gli uffici del Municipio e della Regione: il primo retto dal “rosso” Fassino, il secondo dal leghista Cota. È la coincidenza degli opposti. Secondo un rapporto dell’Aisi, l’agenzia dei servizi segreti nazionali, dietro i forconi si agitano sia i gruppi dell’estremismo neofascista e neonazista, sia i centri sociali più duri vicini ai violenti no-Tav. Un magma indistinto unito dai sentimenti di contrapposizione nei confronti dello Stato e delle istituzioni.

Radiografia inquietante, quella resa pubblica giovedì dai servizi segreti con la relazione del suo capo, il generale Arturo Esposito, davanti ai parlamentari della commissione di vigilanza, Copasir. Con un rischio incombente: ridurre la diagnosi a un problema di ordine pubblico. Da curare solo con polizia e carabinieri in tenuta antisommossa. Agenti e militari a loro volta allo stremo, con stipendi da fame, in bilico tra il rispetto delle consegne e la solidarietà con chi protesta rivendicando maggiore equità. Senza scomodare Pier Paolo Pasolini, sono figli del popolo in divisa. Da rispettare.

Come spesso accade nel dibattito pubblico, si finisce per confondere l’effetto con la causa. Così nel tentativo di ricondurre la piazza dei forconi agli interessi dei partiti e dei gruppi del Palazzo, si perde di vista la realtà: un milione e 700mila famiglie italiane non è più in grado di raggiungere “uno standard di vita accettabile”, secondo la pudica definizione dell’Istat. Tradotto: una famiglia su cinque è caduta in povertà. Intendendo per povertà non solo l’impossibilità di mettere un piatto a tavola, ma la difficoltà di mantenere quei livelli di agio tipici di una nazione sviluppata del G8. È in questa constatazione, io credo, la chiave di lettura di quel che sta accadendo. Ceti medi produttivi, piccoli professionisti, artigiani e commercianti risucchiati nel gorgo della crisi insieme ai loro dipendenti. E ai figli studenti. Cementati dal rancore verso una politica che appare inconcludente. Servono insomma risposte urgenti. Avranno la forza il premier Letta e il neosegretario Pd Renzi di invertire una rotta pericolosa? Hanno l’energia dell’età giovane rispetto agli anziani da rottamare. Si spera abbiano anche idee migliori e maggior coraggio dei loro predecessori.

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