Foto sui social e droga in carcere, ecco il “call center” dei detenuti

Chieste 22 misure cautelari: smantellata la struttura che gestiva i traffici con l’esterno. E le indagini di carabinieri e penitenziaria svelano la spartizione dello spaccio tra clan ed etnie
PESCARA. L’operazione “Prison Break”, condotta dai carabinieri del Nor insieme alla penitenziaria, potrebbe definirsi una delle inchieste più importanti condotte all’interno del carcere di Pescara, ormai nelle mani, per quanto riguarda il traffico di droga interno ed esterno, di più gruppi che si sono suddivisi l’istituto. E questa volta, l’inchiesta nelle mani del pm Gennaro Varone, che ha chiesto l’emissione di 22 misure cautelari ora al vaglio del gip Mariacarla Sacco, non riguarda il piccolo spaccio all’interno del carcere dove ormai entrano droga e cellulari con estrema facilità, ma si parla di una struttura di livello alto: un vero “Call center”, per il gran numero di cellulari presenti, con i quali i detenuti gestiscono numeri importanti di spaccio soprattutto all’esterno, e dove non mancano reati di estorsione e minacce nei confronti di chi non paga, anche e soprattutto fuori dal carcere.
E gli elementi raccolti dal magistrato sono supportati da alcune ambientali e telecamere installate all’interno delle celle dei “big” che parlano in chiaro, senza filtri, o criptando le conversazioni. E nelle informative dei militari (grazie al lavoro svolto in particolare da due marescialli capo, Antonio Ronci e Agnese Fedele) i fatti sono narrati con precisione. Nel carcere di Pescara è stato documentato «un sistema organizzato di approvvigionamento e distribuzione di sostanze stupefacenti, prevalentemente cocaina e hashish, nonché l’ingresso regolare e pianificato di cellulari, utilizzati per mantenere contatti con l’esterno, impartire ordini, organizzare i traffici e persino gestire conti economici e riscossioni».
Ma veniamo alla struttura svelata dall’inchiesta che parla di una logica di spartizione territoriale ben definita tra etnie e gruppi di potere. «Il fronte albanese risulta capeggiato da Kevi Kereci, che mantiene rapporti con l’esterno ed è indicato quale referente principale per l’approvvigionamento e la distribuzione della droga tra i detenuti albanesi ma anche italiani». Dagli inquirenti Kereci viene ritenuto «un criminale di primo piano con contatti con la criminalità sia balcanica che italiana», capace di «importare ingenti quantitativi di droga dall’Albania; gestire flussi finanziari verso l’estero per pagare i fornitori; coordinare una rete di collaboratori in Italia e all’estero; organizzare l’attività anche all’interno del carcere; movimentare somme superiori a 100mila euro».
«Il fronte dei detenuti di origine nordafricana si caratterizza per il ricorrente utilizzo del “lancio” di pacchi contenenti droga e cellulari nella zona retrostante il muro di via Alento»; «il gruppo dei “romani” gravita attorno ad Alessandro Sambuco che ha contatti anche con Kereci». Poi c’è Salvatore La Penna, «soggetto carismatico e dominante già sottoposto a indagini presso altri istituti penitenziari». Altra figura importante Valentino Spinelli «che ha letteralmente terrorizzato alcuni detenuti con pestaggi, rappresaglie e minacce gravi. La madre, Cinzia D’Ugo (per lei sono stati chiesti i domiciliari ndr), è molto esperta nel confezionamento dello stupefacente da introdurre».
E poi gli investigatori segnalano un aspetto pericoloso per la sicurezza: «Alcuni detenuti risultano gestire profili social attivi su Instagram, Tik Tok e Facebook, dai quali pubblicano foto scattate all’interno delle celle “live” e usano l’applicazione di messaggistica. Queste immagini non solo testimoniano la presenza di dispositivi vietati, ma rappresentano anche una forma di esibizione del potere criminale, con finalità intimidatorie nei confronti dell’esterno e di irrisione dell’autorità dello Stato».
Da qui la necessità che sollecita la procura con Varone, di misure cautelari senza passare per l’interrogatorio preventivo come vuole la nuova normativa (mentre per i primi di marzo sono già stati fissati gli interrogatori preventivi), soprattutto per evitare inquinamento delle prove ed eventuali minacce nei confronti di altri detenuti. Anche perché questa indagine si avvale anche della “collaborazione” di alcuni detenuti che se la sarebbero “cantata”. Tornando ai cellulari e all’uso dei canali criptati, «questi costituiscono il presupposto operativo per la prosecuzione dell’attività di traffico, la gestione dei debiti e la pianificazione di azione violente e “regolamenti di conti” sia all’interno sia all’esterno del carcere».
Si parla nelle carte di un «sodalizio stabile e gerarchizzato, capace di eludere ogni controllo (e qui torna il problema gravissimo della carenza di personale ndr) e di mantenere un costante collegamento con la rete criminale esterna». Coinvolti nel procedimento nelle mani del pm Varone, sono Salvatore La Penna, Leonardo Di Rita, Kledi Cipriano, Valentino Spinelli, Massimo Naccarella, Alex Di Blasio, Kevi Kereci, Cinzia D’Ugo, Kempes Insolia, Mario Zaccardi, Roberto Martelli, Alessandro Sambuco, Mario Morelli, Cristoforo Spinelli, Gianluca Di Marzio, Isuf Isufaj, Armand Sallja, Samuele Giannetti, Renato Shaipi e Domenico Falone, Arjol Koci, Chiara Febo.
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