Giovane accusato di terrorismo: arriva la condanna a cinque anni

Per Stefano Costantini, originario di Loreto, il pm aveva chiesto 8 anni. La decisione dopo oltre tre ore Il difensore: «Questa pena in primo grado ridimensiona enormemente i fatti contestati dall’accusa»
PESCARA. Condanna a 5 anni di reclusione per il presunto terrorista internazionale, Stefano Costantini, originario di Loreto, dove risiede ancora la sua famiglia.
È la sentenza emessa dai giudici della Corte d’Assise di Chieti (presieduta da Guido Campli) dopo tre ore e mezza di camera di consiglio. Una pena inferiore rispetto agli 8 anni che aveva richiesto la pubblica accusa sostenuta ieri in aula dal pm della distrettuale dell'Aquila, Simonetta Ciccarelli. Una quantificazione che si potrà comprendere soltanto quando la Corte depositerà i motivi della sentenza.
La pubblica accusa aveva parlato per due ore per sostenere, in requisitoria, le ragioni della procura, e per confutare le dichiarazioni spontanee che Costantini ha fatto nell’ultima udienza: quando, in video conferenza dal carcere di Ferrara dove è recluso (anche ieri era in collegamento da remoto), ha lanciato il suo ultimo appello alla Corte per sostenere che in quei territori era andato soltanto per ragioni umanitarie, per aiutare quel popolo bisognoso. «Non sono e non sono mai stato un terrorista», aveva detto ai giudici.
Ma ieri il pm Ciccarelli ha ripercorso la tesi accusatoria concludendo che «non c'è nulla che provi la presenza di Costantini in organizzazioni umanitarie, mentre i profili social dell’imputato dicono il contrario. Le sue foto in tuta mimetica, il kalashikov in braccio e il dito della mano destra verso il cielo, verso Allah secondo la simbologia jihadista, dimostrano la sua appartenenza ad organizzazioni terroristiche». Una ricostruzione contestata in toto dalla difesa rappresentata dall’avvocato Massimo Solari: «Non c’è una sola prova», ha detto il difensore alla Corte, «che dimostri l’appartenenza di Costantini a qualche gruppo terroristico: nulla è stato provato né in istruttoria né tantomeno in dibattimento». Di qui la richiesta di Solari dell’assoluzione o, in subordine, del minimo della pena. La difesa contava anche sulla ritrattazione della testimone chiave del processo: della tedesca Giulia Weber, moglie del più caro amico di Costantini, quello che lo portò in Siria.
La donna, davanti alla Corte, aveva infatti fornito una versione molto diversa da quella che verbalizzò la polizia svizzera in fase di istruttoria. La teste, a processo, ha negato qualsiasi conoscenza riguardo l’appartenenza di Costantini a organizzazioni islamiche e terroristiche. «Erano combattenti?», gli chiese il pm. E Weber rispose: «Mio marito Alteren dico di sì, Stefano non lo so».
Il “foreign fighter” abruzzese, 25 anni, sposato con una tedesca e padre di tre figli, che si convertì all’Islam quando non aveva ancora compiuto 18 anni, venne arrestato il 19 gennaio dello scorso anno dopo un’operazione congiunta tra la Digos di Pescara e la polizia turca. Nel capo di imputazione si parla della sua appartenenza, dal 2015, all’associazione terroristica di matrice islamica Jahbat Al Nusra, ritenuta una costola di Al Qaeda in Siria, dove avrebbe fatto parte integrante dell’associazione terroristica, arruolandosi per compiere atti di violenza con finalità di terrorismo, e appoggiando le finalità belliche in territorio siriano contro lo stato sovrano della Siria e contro le milizie curde.
«È evidente », ha detto l’avvocato Massimo Solari subito dopo la lettura della sentenza, «che la pena di cinque anni in primo grado ridimensiona enormemente quelli che erano i fatti contestati dall’accusa e la conseguente enfasi mediatica che si è data alla vicenda di Stefano Costantini. Aspettiamo di leggere la motivazione, ma è ovvio che si preannuncia un ricorso in appello: non sono emersi dal processo», conclude il difensore, «elementi di prova che in qualche modo dimostrino qualsiasi legame del mio assistito con un gruppo terroristico».

