Gli 8 sintomi di Omicron che svelano la malattia

All’inizio sono quelli tipici di un’influenza: dalla congestione nasale al mal di gola Spesso si presentano a 2 giorni dall’esposizione. Poi arriva il picco di contagiosità
PESCARA. La contagiosissima variante Omicron ha infettato più di centomila abruzzesi da quando ha fatto capolino in regione. Come capire se ci siamo contagiati e dobbiamo eseguire un tampone? Quali sono e quanto durano i sintomi? Quando siamo più contagiosi? A rispondere sono gli studi effettuati nei paesi in cui la nuova variante è comparsa per prima, ma anche il ministero della Salute italiano e l’Organizzazione mondiale della Sanità.
GLI OTTO SINTOMI (PIÙ CINQUE)
Sono otto i sintomi principali e più comuni del virus al tempo della variante Omicron, tutti normalmente riconducibili a una leggera influenza, ma che potrebbero dirci con un’elevata probabilità che siamo positivi al Covid. Secondo i rapporti dei casi nel Regno Unito, in Sudafrica e negli Stati Uniti, rilanciati dal ministero italiano sono: bruciore o mal di gola, naso che cola e congestione nasale, starnuti, mal di testa, fatica con fiato corto, dolori muscolari, mal di schiena (localizzato principalmente nella zona lombare) e sudorazioni notturne. L’Oms ha poi segnalato altri sintomi ai quali prestare attenzione, come diarrea, confusione, perdita di appetito, eruzioni cutanee e irritazione oculare.
In base alle risposte dei pazienti dei tre paesi in questione sui loro sintomi, è emerso ad esempio che il mal di gola è più frequente nei contagiati da Omicron (53% contro il 34% dei Delta). Sono più rare invece la perdita del gusto e dell’olfatto, che erano i segnali principali delle altre ondate, ma anche la semplice febbre.
QUANDO COMPAIONO I SINTOMI
Secondo i primi studi, questi sintomi tendono a manifestarsi rapidamente e abbastanza presto nella malattia, a partire da circa 2 giorni dopo l’esposizione al virus. Sembrano durare per circa 5 giorni, ma ovviamente possono scomparire anche più velocemente o, al contrario, in alcuni casi potrebbero restare più a lungo, anche a fronte di una già ottenuta negativizzazione dal virus. «I pazienti colpiti da Omicron presentano una patologia media che non arriva alla gravità, con una durata dai 5 ai 7 giorni», ha spiegato a Tiscali nei giorni scorsi Francesco Vaia, direttore sanitario dell’Istituto Spallanzani di Roma, precisando: «Quando il malato ha necessità – perché molto anziano o con altre patologie – può essere curato in ambulatorio e fare, se serve, la terapia con gli anticorpi monoclonali».
Ma la minor gravità è anche strettamente legata alla vaccinazione. I non vaccinati hanno un rischio, se si infettano, 21 volte maggiore di finire in terapia intensiva rispetto a chi ha fatto due dosi vaccinali. Una possibilità che diventa 39 volte più alta rispetto a chi ha sfatto anche il richiamo booster con la terza dose. Lo dice il report dell’Istituto Superiore di Sanità sull’andamento dell’epidemia in Italia.
QUANDO SI È PIÙ CONTAGIOSI
Omicron ha di diverso anche il picco di trasmissibilità, che avverrebbe più tardi rispetto alle altre varianti del virus che hanno imperversato nelle altre ondate della pandemia.
Secondo gli studi, infatti, il picco di contagiosità con Omicron è stato osservato dopo un periodo tra i 3 e i 6 giorni dall’apparire dei sintomi o dalla diagnosi della malattia. Per le altre varianti il picco di contagiosità virale era stato identificato invece per i 2 giorni prima e dei sintomi e i 3 giorni successivi al manifestarsi della malattia.

