«Hacker, l’Abruzzo rischia come il Lazio»

Chi c’è dietro e come hanno agito a Roma. Parla il prof Teti
Dopo l'attacco informatico alla Regione Lazio, che ha paralizzato il sistema di prenotazione dei vaccini e delle visite specialistiche violando un enorme database, anche l'Abruzzo si scopre vulnerabile.
Nel Lazio, è stato sufficiente clonare le credenziali di un amministratore di sistema che stava utilizzando il pc aziendale in smart working per paralizzare tutta l'attività della Regione. Quello che in gergo chiamano "ramsonware": un programma in grado di cifrare i dati all'interno di un computer e renderli illeggibili.
«In Italia c'è scarsa cultura della sicurezza informatica, soprattutto nella pubblica amministrazione», spiega Antonio Teti, responsabile del Settore sistemi informativi e innovazione tecnologica dell'università di Chieti-Pescara e docente di It Governance e Big Data al corso di laurea magistrale di Economia e management del Dipartimento di economia aziendale. È Uno dei massimi esperti nazionali nel campo dell'intelligence e del Cyber space, autore di numerose pubblicazioni, tra cui la più recente è “Spycraft revolution” che affronta anche questi rischi, gravi e molto attuali, per un Paese come l’Italia.
Professor Teti, com'è è stato studiato e realizzato l'attacco hacker che ha violato al rete del sistema informativo della Regione Lazio?
«Niente di nuovo sotto il sole. È stato utilizzato un "ramsonware", una sorta di programma in grado di decodificare e di cifrare i dati all'interno di un computer o di un server e renderli non più leggibili. Nel momento in cui il software cifra i dati, il secondo passaggio è la richiesta alla vittima di pagare un riscatto in cambio del ripristino del sistema. Un metodo che non è nuovo, ma viene utilizzato almeno dal 2018 ed ha fatto molte vittime in tutti i Paesi».
Dove si nasconde il tallone di Achille di questi sistemi informatici?
«Il problema non è tanto la tipologia di attacco sferrato, ma nella mancanza di cultura sulla sicurezza cibernetica: più del 90 per cento dei sistema informatici della pubblica amministrazione è a rischio e altamente vulnerabile. Dalle prime indagini è venuto fuori che il "malwere" si è introdotto nel sistema attraverso il computer di un dipendente di una società che lavora per la Regione Lazio. Sorgono, a questo punto, diversi dubbi: il pc era sufficientemente protetto ed era stato fornito dall'azienda? Qui si apre uno scenario devastante, in quanto se un lavoratore si collega da casa con un pc proprio, il rischio di hackeraggio aumenta. In questo caso, è stato introdotto un "cavallo di Troia", in grado di veicolare il “ramsonware”. A quel punto, è stato facile penetrare il sistema informatico, che è andato in tilt. Sotto attacco le perdite di dati possono essere piuttosto serie».
Senza la possibilità di recupero immediato dei dati? «Quando si implementano i sistema informatici bisognerebbe sempre pensare a creare dei duplicati per consentire ad un clone di continuare a fornire gli stessi servizi, evitando così un black out totale».
Chi può aver agito e per quali interessi?
«L'ipotesi del terrorismo è assolutamente inverosimile, in quanto l'azione sarebbe stata rivendicata da un'organizzazione malavitosa, mentre c'è stata una richiesta di denaro, un riscatto. Allo stesso modo non si può parlare di un attacco no vax. Lascia perplessi il fatto che gli hackers che hanno condotto l'operazione sanno che la pubblica amministrazione - e la Regione Lazio lo è - non può pagare riscatti trattandosi di una struttura statale».
Esiste la possibilità che gli autori della "falla" al sistema regionale vengano individuati e scoperti?
«È quasi impossibile rintracciare sia gli esecutori che i mandanti dell'attacco, né capire se lo stesso sia partito dall'Italia o dall'Est, quindi la tracciabilità. Risalire a tutta la filiera dei server utilizzati è un'ipotesi remota, difficilmente applicabile».
A suo avviso, anche il sistema informatico abruzzese è vulnerabile?
«Lo è al pari di tutti gli altri. È un problema che riguarda le aziende, ma che si accentua nella pubblica amministrazione. Non esiste, in Italia, una cultura individuale della sicurezza informatica. E lo smart working ha innalzato, in modo esponenziale, la soglia di rischio: i dipendenti, collegandosi da casa con sistemi solo parzialmente protetti, mettono a rischio i software aziendali. Esistono dei siti web, ad esempio quelli pornografici, che attivano dei "pop-up" che veicolano questi malware». Quali sono gli altri sistemi informatici a rischio, al di là delle piattaforme sanitarie?
«Tutti, nessuno è escluso. Soprattutto quelli pubblici tanto che l'Agenzia per l'Italia digitale, già da qualche anno, ha fornito precisi indirizzi per i sistemi "cloud", che sono i più protetti. Invece di avere 20mila centri di calcolo nel nostro Paese, le pubbliche amministrazioni dovrebbero dismettere i propri data center e convogliarli all'interno di un numero ridotto di Poli strategici nazionale informatici, in cui vengono allocati tutti i dati e che risultano, senza dubbio, più sicuri. Questo per evitare il ripetersi di episodi come l'intrusione informatica nel sistema della Regione Lazio: un cyber attacco che ha fatto temere la perdita di tutti i dati criptati dagli hackers. Gli investigatori stanno vagliando anche le similitudini con altri attacchi effettuati in passato con “ransomware”, avvenuti sia in Italia che all'Estero. Concludo con una riflessione: ormai è evidente che bisogna invertire la tendenza e investire di più nella sicurezza informatica».

