«Ho detto sì perché costretto»

28 Agosto 2015

«Non voglio rischiare di perdere un lavoro che so fare e che amo»

L'AQUILA. «Se ho fatto domanda? Certo che l'ho fatta... sono stato costretto». Francesco Teté, docente di Lettere alla scuola media e pallavolista di 36 anni, innamorato della sua città e della sua vita «costruita facendo anche scelte che faticose» è amareggiato e arrabbiato. «Mi sono trovato di fronte a una roulette russa», spiega, «per cui sia in un senso, sia nell'altro io ci vado a perdere. Sono in 13esima posizione e se non avessi fatto domanda avrei rischiato di non fare più supplenze, quindi avrei perso il lavoro che so fare e che amo da morire. Ma se dovessi essere mandato a insegnare in una città lontana, perderei tutto quello che ho costruito in tanti anni. Prima fra tutte, la mia società di pallavolo. L'unica speranza che ho, adesso, è che mi venga assegnata una provincia facilmente raggiungibile viaggiando dall'Aquila». Che è il posto in cui Francesco ha scelto di stare, anche a costo di viaggiare per anni da Pescasseroli o da Villetta Barrea sacrificando gran parte dello stipendio per il carburante. «Poi a un passo dall'essere in messo in ruolo, arriva questo sistema di assunzione che capovolge i miei progetti», aggiunge. «Tutti dicono, a proposito del piano straordinario di assunzioni che il lavoro è la cosa più importante, ma non a ogni costo. Se lascio la mia città per trasferirmi a Milano, ad esempio, come vivo con 1.300 euro? E' per questo motivo che al nord non ci sono gli insegnanti: perché è difficile sostenere il costo della vita con un stipendio così basso. Per i miei colleghi che hanno bambini piccoli questa situazione è un dramma». Al di là della famiglia, aggiunge il docente, «la storia personale di ciascuno va comunque rispettata». Una bocciatura totale dunque quella di Francesco nei confronti della riforma scolastica, che finirà per «deformare la scuola, perché viene da persone che non la vivono. Molti docenti andranno a lavorare controvoglia e depressi. E la condizione della scuola italiana peggiorerà invece di migliorare».

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