«Ho dilapidato tutto»

Un ex giocatore oggi guarito: spendevo 500 euro al giorno
PESCARA. «Sono arrivato a spendere anche fino a 500 euro al giorno per il gioco. In un anno ho dilapidato i risparmi di una vita alle slot, ho svuotato il conto in banca. Quando sono arrivato all'ultimo centesimo dei miei ventimila euro, ho deciso che dovevo smettere».
Mario (nome di fantasia), 50 anni, magazziniere pescarese, fino a due anni fa era un giocatore incallito e si è rivolto a don Luciano Volpe «perché avevo bisogno di un suo consiglio».
E il consiglio è arrivato. Mario è stato indirizzato prima a un centro di ascolto di Villaggio Alcyone e poi ai Colli, vicino alla Madonna dei Sette dolori. Contemporaneamente, è iniziato il suo cammino di fede con una comunità religiosa. E, infine, ha trovato il coraggio di mettere nero su bianco il suo calvario e consegnare una lettera a don Luciano nella quale Mario «rende testimonianza» di che cosa significhi essere un malato del gioco d'azzardo.
«Si comincia per gioco e si è convinti di vincere», scrive il magazziniere in alcuni passaggi, «mentre invece si entra in un vortice di autodistruzione psicologica che col passare del tempo non riesci più a gestire. Per curarsi ci sono centri, gruppi e psicologi, è un percorso duro che non si può fare da soli, bisogna per forza farsi aiutare. Ma si può guarire. Ci sono persone che stanno peggio di me, si sono giocati case, fatto debiti e distrutto famiglie. Io mi sono fermato prima. Quelli che ce la fanno, mettono a disposizione il proprio vissuto, che è più prezioso dell'oro. Questa è la malattia del secolo che ti corrode dentro, lo Stato è consapevole e guadagna sulle sciagure degli altri. Che il Signore ci aiuti».
Oggi, alla fine del suo personale inferno di «bugie e sotterfugi», Mario si racconta e fa una premessa: «Io sono un malato, un giocatore compulsivo. Lo sarò sempre anche se non gioco più. Perché in ogni momento posso ricaderci. Anche se ho fatto molta fatica per uscirne. Perdere anche fino a 500 euro al giorno non si può definire semplicemente vizio. E' malattia allo stato puro. E' dipendenza fisica e mentale».
Perché la definisce malattia?
«Perché quando non giochi, hai bisogno di farlo e se non lo fai, stai male fisicamente. Ti alzi al mattino e pensi alle macchinette. Ci passi le giornate e le notti lì davanti. Certo, vincevo anche. Mille, duemila euro a colpo. Ma poi mi rigiocavo tutto. Continuare ad abbassare quella leva e spingere quei bottoni era più forte di me. Più forte di tutto. Non sono sposato e non ho figli. Ma mentivo a mia madre e ai miei fratelli. Che poi hanno scoperto tutto. Questa malattia è più subdola delle altre dipendenze come il fumo e la droga. Perché apparentemente puoi nasconderla. Il giocatore vive nella menzogna e nel sotterfugio, cerca scuse per non dire agli altri dove si trova e cosa fa. Io mi sono fatto tanto male. Ho perso soldi e mi perso anch'io».
Che cosa spinge lo scommettitore a giocare compulsivamente?
«Il pensiero di recuperare ciò che hai perso. Ma il giocatore incallito non recupera mai, per quanto vinca. Ci sono persone che riescono a trattenersi e a non spendere molto, ma ci riescono solo perché non hanno fondi per continuare. Per mia fortuna, non ho fatto debiti, non ho chiesto soldi a nessuno. Ho solo sperperato i miei. Mi sono fermato quando ho prosciugato il conto in banca.
Giocano più gli uomini o più le donne?
«Ultimamente più le donne, di tutte le età».
Che succede in un centro di auto aiuto?
«Tutti si raccontano e gli altri ascoltano le varie esperienze per farne tesoro. Ho impiegato più di un anno per uscirne, perché più volte sono crollato e ci sono ricascato. Basta un piccolo malessere per cedere, come per i fumatori la prima sigaretta dopo venti anni di astinenza. Anche il giocatore va in astinenza e soffre se non può scommettere».
Qual è stata la molla che l'ha spinta a dire basta?
«Non avevo più un euro e non ce la facevo più. Gli amici del centro ascolto, don Luciano e la fede mi hanno aiutato ad uscire dalla dipendenza. Oggi ho trovato il mio equilibrio, non gioco neppure una schedina da due euro. Non dimentico che giocatori si diventa, ma giocatori dentro, si rimane per tutta la vita».
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