I pescatori sono pronti a fermarsi «Troppe spese, ora licenzieremo»

Riunione degli armatori di tutta Italia all’Aurum. Cresce la protesta per l’aumento del carburante Ultimatum al governo: cassa integrazione, stop ai mutui e tagli al gasolio o bloccheremo le barche
PESCARA. Gli armatori sono pronti a bloccare i porti italiani. Perché non ne possono più di lavorare senza portare a casa un centesimo, anzi perdendo migliaia di euro ogni volta che vanno in mare perché il gasolio è sempre più costoso e sulle imprese gravano tante altre spese di gestione. Per adesso, però, prevale una linea più morbida, vince la ragionevolezza. E quindi circa duecento rappresentanti di molte marinerie d’Italia, riuniti ieri mattina a Pescara, all’Aurum, hanno deciso di lanciare un nuovo appello, l’ennesimo, al Governo, attraverso i politica. Se non otterranno risposte «entro 15 giorni», dice il documento che hanno condiviso, si fermeranno «in modo definitivo procedendo al licenziamento dei marittimi», e cioè 32mila imbarcati su un totale di 14mila imbarcazioni.
I toni sono esasperati perché il gasolio vale oro, è arrivato a un euro e venti centesimi, «il che vuol dire vuol dire che non ci viene venduto senza imposta di fabbricazione, come dovrebbe essere», fa notare Romeo Palestino. Ma è fondamentale essere compatti, a livello nazionale, e Francesco Calderoni, presidente delle marinerie italiane, è pronto ad attraversare la penisola da un porto all’altro, incontrando le marinerie una a una. «Con le parole non facciamo niente, ci vogliono i fatti. E ci vuole l’unanimità del settore, che cercheremo incontrando direttamente le marinerie che possono sembrare ostili» anche se ieri era già rappresentata una buona parte del paese. «Dobbiamo essere compatti, senza pensare ai momenti in cui non lo siamo stati», ha proseguito Calderoni. «Stiamo andando incontro alla morte: la nostra è una lenta agonia» e per questo chi vive di pesca non vuole stare a guardare, tanto più che «l’Italia si è fermata quando il gasolio era a 77 centesimi» e quindi non si può non farlo ora.
Allo Stato si chiede «il prezzo del gasolio a massimo 50 centesimi, un fermo biologico facoltativo di emergenza, l’attivazione della cassa integrazione straordinaria dal primo gennaio 2022 per gli imbarcati e il blocco dei mutui per un anno per armatori e marittimi». Se le richieste non saranno esaudite, si legge nel documento approvato da tutti, la pesca si fermerà, con «lo stop totale e definitivo dell’attività e i licenziamenti», il che vuol dire che tutto il personale a bordo passerà «a carico dello Stato», come ha già detto più volte nei giorni scorsi Francesco Scordella, presidente dell’Associazione Armatori Pescara.
Le marinerie sanno di avere numeri e strategie per creare scompiglio perché «nel 2008 la protesta è cominciata da venti scemi di Civitanova che poi sono andati di porto in porto» mentre «venti anni fa i pugliesi hanno bloccato una nave con bandiera estera a Monopoli» per cui l’idea delle manifestazioni nei porti serpeggia, parecchio.
Per ora «manderemo le nostre richieste al ministero e con l’aiuto della Regione dobbiamo incontrare i rappresentanti dello Stato, a partire del sottosegretario Francesco Battistoni», ha detto Scordella tracciando un bilancio della riunione. «Fino ad oggi non abbiamo ottenuto niente», e la protesta di marzo a Roma (quando c’è stato un primo stop delle marinerie) non ha prodotto effetti. «L’unica cosa che è cambiata, per noi, è che da allora abbiamo accumulato altri debiti, ma non possiamo continuare ad andare in mare per inerzia, per disperazione. La situazione è drammatica, altrimenti non staremmo qui», ha aggiunto.
Lo sa bene Massimo Camplone, uno degli armatori più solidi di Pescara, che non è più nelle condizioni di andare in mare, con i suoi 15 marittimi. «Non se ne può più, sono due mesi che ci rimettiamo. Ma così rischio di non avere i soldi per pagare il personale. Io verso 13mila euro di contributi al mese per tre giorni di lavoro a settimana, per questo penso di fermarmi, per dare ai marittimi la possibilità di percepire la disoccupazione. Io non guadagnerò niente, ma almeno non perderò niente. Altrimenti si va verso la morte». «Non è aumentato solo il prezzo del gasolio ma anche tutti gli altri, dalle cassette di polistirolo ai cavi di acciaio, passando per le reti. Stiamo annaspando e se non troviamo qualcuno che ci aiuti, siamo costretti a fermarci», ha aggiunto un altro armatore pescarese, Lucio Di Giovanni. Per lui «la categoria ha i giorni contati. Ma qui finisce male per tutti, anche per l’indotto, che è importante».

