I piani dei jihadisti per alimentare lo scontro di civiltà

L’Is ha perso in Siria e in Iraq un terzo del suo territorio per questo punta a concentrare gli sforzi contro l’Occidente
di RENZO GUOLO
L’attacco dell’Is in Belgio viene, non a caso, dopo la cattura di Salah Abdeslam. Più che la vendetta per la sua cattura, così come viene esaltata nel web dai simpatizzanti della galassia radicale, quanto accaduto appare l’esito inevitabile della stessa. La sua cattura senza armi in pugno- ancora una volta poco gloriosa per un candidato “martire” che non si era fatto esplodere a Parigi - e le indiscrezioni sulla sua volontà di “collaborare”, tentativo evidente di negoziare una pena assai meno dura, hanno probabilmente accelerato gli attentati.
Con Salah sotto torchio era troppo elevato il rischio che gli inquirenti scavassero in quella miniera di informazioni che era diventata l’ormai ex-primula verde di Molembeek. Perché se è vero che quella dell’Is in Belgio è una rete costituita da gruppi stretti su base amicale o parentale, difficilmente infiltrabile e da scoprire prima che passi all’azione, è anche vero che, proprio quel tipo di rete, fondata su antichi e nuovi legami di quartiere, può essere facilmente strappata una volta individuato uno degli elementi che ne fanno parte. Proprio perché rinvia a legami maturati in ambienti circoscritti. Come dimostra la relativa distanza dei vari nascondigli, caldi e freddi, della cellula belga e le biografie di quelli che vi appartengono.
Così, con Salah nel carcere speciale di Bruges, per il nucleo jihadista superstite diventava un imperativo entrare in azione. Certo, non si preparano attentati di questo tipo in pochi giorni. È evidente, come fa comprendere il ritrovamento di detonatori e materiale per cinture esplosivo nei covi che in questi giorni sono stati scoperti dalla polizia belga, che il gruppo stava preparando degli attentati. La cattura di Salah, il timore che le sue parole o le tracce lasciate da alcuni complici, portassero agli autori dell’attacco all’aeroporto e al metro di Bruxelles, hanno indotto gli jihadisti a entrare in azione con “cinture e ordigni esplosivi”, come ha prontamente rivendicato la “casa madre” dell’Is.
Un attacco che rivela non solo l’ostilità jihadista verso il Belgio, la Francia, gli Usa , l’Unione Europea stessa, colpita anche simbolicamente nei pressi della sua sede più importante; ma anche che la rete islamista radicale, composta da foreign fighters di ritorno dalla Siria - tra i quali costituiscono un gruppo consistente i tunisini di origine belga, è assai estesa. E che ha trovato nuovi agganci in simpatizzanti che, al di là della loro esperienza militare, hanno dato sostegno logistico a Salah e ai suoi complici per mesi. Prima e dopo gli attentati di Parigi , prima di quelli di Bruxelles.
Possibile che i “siriani” non siano i novanta evocati da Abdelamid Abaaoud, il coordinatore dell’attacco del 13 novembre a Parigi ucciso nella banlieue di Saint-Denis ma, come è divenuto evidente in queste drammatiche e convulse ore, il loro numero andava oltre il gruppo di “martiri” parigino.
Purtroppo, la fine degli attentati non è legata alla distruzione del Califfato in Siria e Iraq che, sotto la spinta della “doppia coalizione. ” a guida americana e russa, ha perso nell’ultimo anno un terzo del territorio controllato.
Anzi, è prevedibile, che tanto più quell’esperienza volgerà alla conclusione, tanto più lo jihadismo tornerà alla sua originaria impostazione qaedista: concentrare gli sforzi sul Nemico lontano, l’Occidente. Puntare sulla clandestinizzazione più che sul governo statuale. Solo se continuerà a occupare non più un territorio reale ma virtuale, spazi mediatici più che geopolitici, muovendosi in rapide e devastanti incursioni in territori nemico l’Is potrà attirare consenso. Nel tentativo di alimentare anche quella trappola del conflitto di civiltà destinato a esacerbare ulteriormente tensioni etniche e religiose sulle quali gli estremisti di ogni campo prospererebbero.
È la Libia dilaniata dai conflitti interni, il prossimo obiettivo dell’Is ma nell’attesa di trasformare la riva sud del Mediterraneo in replicante dello scenario mesopotamico, il gruppo deve infliggere perdite umane e danni politici al Nemico sopravvivere allo scacco territoriale. Anche per questo, quello di Bruxelles non sarà l’ultimo attacco.
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