I signori della pesca in difficoltà «Macché ricchi, sono solo sacrifici»

PESCARA. «Ricchi? Macché ricchi. Noi stiamo discretamente bene ma gli altri armatori sono tutti in difficoltà. E gli unici che si salvano sono quelli che appartengono a famiglie storicamente...
PESCARA. «Ricchi? Macché ricchi. Noi stiamo discretamente bene ma gli altri armatori sono tutti in difficoltà. E gli unici che si salvano sono quelli che appartengono a famiglie storicamente benestanti mentre chi ha una barca piccola a malapena ce la fa».
Massimo Camplone sfata il mito di una categoria piena di soldi e parla di tutte le difficoltà del mestiere e delle mille spese da affrontare. La famiglia Camplone ha «cinque imbarcazioni grandi, che ci consentono di stare in mare anche quando è tempo cattivo, e una più piccola». È una vita «sacrificata» e non ci si può «arricchire»: con questo lavoro, dice Camplone, «in alcuni momenti va bene e in altri momenti va male: quando il gasolio costa troppo non riusciamo neppure a pagare i marinai. E alcune volte buttiamo via in un solo colpo tutto quello che abbiamo messo da parte, ad esempio se ci sono delle spese per il motore o la strumentazione. Quando ci sono lavori da affrontare serve un patrimonio e i risparmi si bruciano in un attimo. Ci sono mesi in cui ci si rimette, come ad agosto». È difficile, è vero, ma questo è un lavoro che «si tramanda di generazione in generazione» e Camplone lo rifarebbe mille volte, con la sua famiglia.
«Oggi come oggi con la pesca non si guadagna più», dice un altro armatore, Romeo Palestino. Per chi ha una o più imbarcazioni è complicato far fronte «alle restrizioni dell’Europa, alle spese per il gasolio e per la strumentazione obbligatoria e ai canoni da pagare». Volendo parlare di guadagno mensile Palestino si paragona a «un operaio qualificato, quando va tutto bene». Ma aggiunge che «il 90 per cento degli incassi se ne va per le spese. E poi ci sono la manutenzione ordinaria e straordinaria». La sua famiglia si occupa di pesca «da quattro generazioni. Noi sappiamo fare solo questo e siamo costretti ad una vita sacrificata, praticamente viviamo con l’equipaggio e stiamo fuori buona parte del tempo. Si esce in mare nella notte tra domenica e lunedì e si resta fuori 4 giorni, a parte gli sbarchi in porto per vendere il prodotto», racconta.
Non è facile lavorare in mare, è davvero faticoso. A Pescara, nell’ambiente della marineria, dicono che «Il pescatore deve dormire quando non ha sonno e mangiare quando non ha fame» perché gli orari per sedersi a tavola sono sballati, rivoluzionati dal lavoro. Essendo un’attività impegnativa «gli equipaggi sono composti solo da stranieri, ormai. Gli italiani non vogliono più fare questo lavoro».
Un marinaio «guadagna sui 1100 - 1200 euro al mese, più la scafetta di pesce che gli viene consegnata a fine settimana». E anche la scafetta non è più quella di una volta. «Prima il marinaio la riportava quotidianamente alla moglie, che la vendeva in banchina, mentre adesso la scafetta è settimanale e le mogli non si occupano più della vendita». Le prospettive? «Non ce la facciamo più: puntiamo alla demolizione dell’imbarcazione» che consente al comandante di incassare del denaro.
Lucio Di Giovanni, altro armatore, racconta di quanto sia difficile andare avanti perché «per smaltire tutto il pescato bisogna stare ogni notte ai mercati di Roma e quindi avere i mezzi adeguati, che viaggino d’inverno e d’estate, e il personale addetto a questo lavoro. Non sempre ne vale la pena, non sempre riprendiamo i soldi delle spese», fa notare. Basti pensare che l’anno scorso «ho dovuto pagare ventimila euro di verbali e in più c’è stata una decurtazione di punti dalla licenza. Insomma non ci sono più le condizioni per lavorare, è diventato quasi impossibile se si tiene conto che la Fossa di Pomo ci ha massacrati, perché lo spazio per pescare è limitato». Davvero un peccato che le cose vadano così, dice Di Giovanni, perché «abbiamo a che fare con il pesce, cioè l’alimento più sano che esista al mondo. Ma non viene valorizzato come dovrebbe, né dai commercianti né dalle istituzioni. Un tempo spuntavamo un prezzo che era il doppio rispetto a quello attuale. Oggi molto pesce rimane invenduto, per le specie meno pregiate». Un esempio? Ieri «abbiamo venduto il melù a tre centesimi al chilo». Se continua così «andiamo verso il disastro». (f.bu.)
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