IL CAMPANELLO D’ALLARME CHE NESSUNO SA ASCOLTARE
Non passa settimana, che l’attualità ci consegna vicende criminali che ci lasciano sgomenti. Ieri, se le indagini confermeranno le prime ipotesi investigative, c’è stato un caso di omicidio-suicidio...
Non passa settimana, che l’attualità ci consegna vicende criminali che ci lasciano sgomenti. Ieri, se le indagini confermeranno le prime ipotesi investigative, c’è stato un caso di omicidio-suicidio a Trento: una delle forme più estreme di violenza domestica. Due bambini, uccisi a martellate, sono stati trovati all’ultimo piano di un palazzo in un quartiere residenziale. Poco dopo, il cadavere del padre delle vittime è stato recuperato ai piedi una scarpata. Si tratta di una vicenda in grado di suscitare, tipicamente, ansia collettiva: sono colpiti due innocenti indifesi, il tutto avviene nel luogo in cui, per definizione, i bambini dovrebbero aspettarsi riparo, protezione. E invece il killer sarebbe chi più di tutti avrebbe dovuto difenderli.
La scienza ci dice che, nei casi di omicidio-suicidio che coinvolgono bambini, la depressione gioca un ruolo centrale. Spesso si accompagna ad aspetti persecutori, a sentimenti d’inadeguatezza, indegnità, a un complicato miscuglio d’impotenza (nel caso di gravi malattie) o fallimento (nel caso di problemi economici). Di questo papà, carabiniere in congedo riciclatosi operatore finanziario, sappiamo che probabilmente aveva un problema economico tenuto nascosto alla famiglia e che questo problema sarebbe diventato insuperabile alla vigilia della firma di un rogito per l’acquisto di una casa. Troppo poco per arrivare a una diagnosi, per dire se, eventualmente, la sua mano è stata mossa da follia. Anche perché il fenomeno dell’omicidio-suicidio non è necessariamente l’esito di un disturbo mentale: la disperazione, l’idea di non poter essere aiutato, la percezione che non ci sarà via di scampo nella vita e che gli obiettivi non saranno mai raggiunti non sono invariabilmente sintomi psichiatrici. Una costante, nel caos di casi come questo, spesso c’è la ferma volontà di uccidersi e l’idea che i figli siano un prolungamento di se stessi, che non possano avere una vita felice, diversa da quella del loro genitore. Nella vicenda di Trento, il padre potrebbe aver avuto un attimo di esitazione e per questo essersi allontanato da casa prima di morire, oppure aver premeditato quel tipo di morte. Ma al momento sono ipotesi.
Non sono ipotesi, invece, le dichiarazioni a caldo di vicini e conoscenti. Com’è possibile? Non ce lo saremmo mai aspettati. Era una persona così affabile, cortese. Una persona proprio a modo. Queste reazioni si ripetono uguali ogni volta che le cronache ci consegnano casi di violenza estrema. Si potrebbe parlare di sindrome da percezione di famiglia del Mulino Bianco.
È chiaro: raramente si possono individuare, soprattutto agli occhi di un profano, i segni premonitori di un crimine violento. Ma a ben vedere dietro quello stupore si nasconde una reazione dovuta alla ricerca di auto-rassicurazione. Comprensibile, però per certi versi assolutoria. Dirsi che non era possibile immaginare che proprio quel signore tanto distinto uccidesse i figli o che ammazzasse la moglie e due minuti dopo se ne andasse al pub, significa anche dirsi che non si poteva fare nulla per capire quello che stava succedendo nella famiglia del Mulino Bianco di turno. Il punto è che nessuna violenza di quel tipo si scatena in poche ore.
Il nostro sistema di comunicazione si fonda ormai su relazioni fragili, rapidissime, poco mediate dalla riflessione. Se già è difficile cogliere i segnali di disagio, un sistema sociale che si fonda sulla superficialità rende il riconoscimento di quei segnali pressoché impossibile. Ma è davvero improbabile che un lunedì di fine marzo, un signore tranquillo e sereno, che non ha mai dato segni di squilibrio, possa aver preso a martellate i figli prima di togliersi la vita. È più probabile, invece, che i campanelli d’allarme ci siano stati. Nessuno, nemmeno chi era più vicino a quest’uomo, è stato in grado, ha voluto, ha potuto coglierli.
©RIPRODUZIONE RISERVATA

