«Il carcere scoppia e noi siamo pochi»

Il grido d’allarme della polizia penitenziaria: solo 107 agenti per 400 detenuti
PESCARA. Quattrocento detenuti per 107 agenti penitenziari, una situazione allarmante al carcere San Donato che ha portato le cinque organizzazioni sindacali (Sinappe, Osapp, Sappe, Uspp e Uilpa) a protestare ieri in piazza Italia con l’obiettivo di chiedere condizioni lavorative più dignitose e una maggiore attenzione per i detenuti che necessitano di personale medico. E stamattina è previsto l’incontro con il provveditore regionale penitenziario, al carcere di San Donato, per discutere su quelli che saranno i prossimi passi da compiere. «All’interno dell’istituto viviamo una situazione lavorativa al limite del sopportabile», dichiara l’agente e portavoce della protesta Johnny Mancini (Uspp), «non abbiamo più la certezza dell’orario di fine servizio e i riposi saltano. Ormai lavorare 12 ore di fila è diventata la normalità e spesso succede che, a seguito di un evento critico, dobbiamo accompagnare un detenuto in ospedale e restare lì anche per 18 ore di fila, senza possibilità di pranzo e cena. Il personale è poco e gli eventi critici sono tanti».
Dall’inizio del 2023 a oggi sono, riferiscono le organizzazioni sindacali, «sono 352 gli episodi di rilevanza penale che si sono verificati all’interno del carcere, e solo nel mese di gennaio se ne registrano 45. Tra questi vi sono casi di autolesionismo, tentato suicidio, sommosse e aggressione al personale. «È un trend che continua a crescere», va avanti Mancini, «perché purtroppo la qualità dei detenuti che abbiamo è oggi composta da persone con problemi psichiatrici e di tossicodipendenza cronica».
Tra i 400 detenuti presenti al San Donato, secondo quanto riferiscono i rappresentanti sindacali, 134 sono tossicodipendenti e 72 presentano una doppia diagnosi, «ma il problema risiede nel modo in cui vengono distribuiti all’interno dei reparti perché», dichiara Mancini, «i posti sono solo 7 nel reparto dedicato ai detenuti con doppia diagnosi, e di conseguenza il resto viene spalmato in tutti i reparti. È presente un medico psichiatra, ma una volta che finisce il suo turno siamo noi a doverli gestire. E se un detenuto ha un problema la sera, non c’è alcun personale dell’organismo sanitario a poterlo aiutare, ma ci dobbiamo pensare noi, e quando si tratta di persone che presentano una patologia psichiatrica diventa difficile. E così», conclude Mancini «ci troviamo a svolgere un’attività che non rende i frutti che dovrebbe. Noi ci mettiamo l’anima e tutto quello che serve perché rappresentiamo lo Stato, però è arrivato il momento di ricevere quell’aiuto di cui abbiamo bisogno per lavorare in condizioni normali e soprattutto con quel minimo di serenità che oggi non abbiamo».
Di qui la richiesta di un aumento concreto del personale, oltre allo spostamento di alcuni detenuti in istituti meglio equipaggiati, «dal momento che il sovraffollamento è così alto che alcune celle arrivano 6 detenuti».

