Il contadino Michele e quel colpo di vanga che cambia la storia

In un verbale scritto a mano, la consegna della statua Fu trovata per caso o per magia il 28 settembre del 1934
Le pietre parlano, i documenti certificano. Anche un pezzo di carta, con frasi dalla grafia incerta, può assumere un valore storico enorme. La storia del Guerriero di Capestrano, il simbolo d’Abruzzo, parte da un “verbale di consegna” scritto alla buona novant’anni fa.
«Io qui sottoscritto, Castagna Michele di Giovanni, dichiaro di aver consegnato, con mio pieno consenso, al dottor Antonio Luigi Pietrogrande, real ispettore aggiunto alle antichità, i seguenti oggetti da me ritrovati fortuitamente nel mio podere di località Foscapano: 1) una statua di guerriero eretto, in pietra tenera bianca, priva della parte inferiore delle gambe, con un casco ad ala circolare, crestato, lavorato a parte e frammentario. 2) torso acefalo, forse femminile, nella stessa pietra. 3) Alcuni frammenti di minute dimensioni pertinenti alla stessa… E rilascio la presenza in attesa dell'atto di stima e ripartizione, che stabilisce l'entità della quota parte a me spettante, quale fortuito ritrovatore. Capestrano, 29 settembre 1934».
Per il contadino Castagna, quella statua era “lu mammocce”. Siamo in Abruzzo ed è il 28 settembre del 1934. In Francia, quel giorno, nasce Brigitte Bardotte mentre in Germania Adolf Hitler festeggia il suo secondo mese di potere. Castagna invece sta dissodando la vigna, che non è molto distante da Capestrano, il paese dell’Aquilano che anticamente coincideva con la necropoli di Aufinum, città del popolo dei Vestini menzionata da Plinio il Vecchio.
Immaginate il contadino che sferra il primo colpo nella terra con un bidente e l’attrezzo emette un rumore cupo e forte. Ma Castagna non si rende conto di aver scoperto la statua funeraria di un principe guerriero. Il reperto archeologico più importante per conoscere le gens italiche preromane. Un colpo di bidente inferto da Michele da Capestrano, lu fije di Giovanni, mentre Brigitte, a Parigi, emette il primo vagito e Adolf brinda a Berlino, proietta l’Abruzzo, per caso o per magia, nel VI secolo avanti Cristo. Che meraviglia.
«Il Guerriero di Capestrano», scrive Carlo Maria d’Este (Centro regionale Beni Culturali), «rappresenta una figura maschile stante, con le braccia piegate sul corpo, il destro sul torace e il sinistro sul ventre. Atteggiamento maestoso e fiero, rigidamente frontale, con l’anatomia semplificata e geometrica, i fianchi sono molto sviluppati e il torace è triangolare». Caratteristiche anatomiche che spinsero gli studiosi a pensare che fosse una donna. La statua è alta due metri oltre al basamento di quasi 50 cm d’altezza; le spalle sono larghe 135 cm. Ma Castagna scavò ancora nel suo terreno. E quel giorno di novant’anni fa, la punta dell’utensile incontrò un’altra grossa pietra, «uno strano disco circolare che si scoprirà poi essere il copricapo della statua», scrive ancora d’Este, «e accanto, un corpo lapideo raffigurante un torso femminile acefalo, probabilmente la compagna del Guerriero».
Fu avvisata la Soprintendenza alle Antichità di Roma ed i reperti vennero trasferiti, dall’abitazione del contadino, al Museo Nazionale della capitale. Ne seguì una campagna di scavi, diretta dall’archeologo Roberto Moretti, che portò alla luce una necropoli, con tombe e corredi funerari risalenti al VII-VI secolo a.C. La storia d’Abruzzo quindi nasce da un colpo di vanga e un pezzo di carta. Il Guerriero e il torso femminile sono esposti, dal 1959, nel Museo Archeologico Nazionale di Chieti. Li puoi ammirare in una sala creata dallo scultore Mimmo Paladino. In quella stanza le pietre parlano. Basta osservarle e mettersi in ascolto.
©RIPRODUZIONE RISERVATA

