il delitto di montesilvano

PESCARA. Trent’anni di reclusione. Per il pubblico ministero Anna Rita Mantini, Vincenzo Gagliardi, originario di contrada San Martino a Chieti, deve essere condannato al massimo della pena...
PESCARA. Trent’anni di reclusione. Per il pubblico ministero Anna Rita Mantini, Vincenzo Gagliardi, originario di contrada San Martino a Chieti, deve essere condannato al massimo della pena (ergastolo con lo sconto grazie al rito abbreviato) per l’omicidio di Carlo Pavone, l'ingegnere informatico colpito da un proiettile alla testa il 30 ottobre 2013. Quella sera il 42enne era sceso in strada per gettare i rifiuti, ma fu ferito e abbandonato a terra vicino a un cassonetto, dove lo vide una persona di passaggio che lanciò l’allarme facendo scattare i soccorsi. Da allora Pavone non si è mai ripreso, è morto il 16 novembre 2014, in ospedale, a Pescara. Gagliardi, arrestato il 28 maggio 2014 dai carabinieri del Nucleo investigativo, è accusato di omicidio volontario premeditato. Ieri, nell'aula 8 del Tribunale, nel corso di una lunga requisitoria durata circa due ore e mezzo, il pm ha ribadito gli elementi che sostiene sin dal primo momento.
Come prima cosa c'è il movente. Gagliardi, impiegato delle Poste di via Volta, prima collega e poi amante della moglie di Pavone, Raffaella D'Este (ieri assente in aula), vedeva nella vittima il suo rivale in amore e riteneva che la sua presenza «si frapponesse al coronamento della storia extraconiugale», di cui l'ingegnere informatico era a conoscenza. Pavone «era un problema per Gagliardi», ha sottolineato il pm prima di addentrarsi nella illustrazione dei punti che incastrerebbero l'imputato, finito in carcere lo scorso anno e ai domiciliari da una ventina di giorni per problemi derivanti dalla depressione, che lo porta ad assumere ansiolitici. La tesi del delitto di «natura passionale» è emersa immediatamente e ne parlava anche il gip nell’ordinanza che ha portato all’arresto.
Oltre a smontare l'alibi dell'uomo, che ha assicurato di essere stato in casa, quella sera, Mantini ha parlato delle tracce di polvere da sparo che sono state trovate dagli uomini del Ris sugli indumenti di Gagliardi, sequestrati dai carabinieri durante le indagini grazie alla collaborazione della moglie dell'imputato, insospettita dal fatto che lui volesse disfarsene. Ci sono poi le ricerche che l'addetto delle Poste ha effettuato sul motore di ricerca Google prima dell’omicidio. Esaminando il computer di Gagliardi è emerso, ha ricordato sempre il pm, che ha cercato informazioni on line per capire «a che distanza può essere fatale un colpo sparato da un Flobert» e si sarebbe documentato, sempre su internet, sulla compravendita clandestina di armi, oltre a consultare il manuale di ricarica delle cartucce a palla e il manuale del cacciatore. Per il pm «c’era la premeditazione». Alla luce di ciò, è stato chiesto al giudice Mariacarla Sacco il massimo della pena prevista in caso di rito abbreviato.
Per l’avvocato di Gagliardi, Renzo Colantonio, l’impiegato delle Poste invece «non è un freddo criminale calcolatore» e va assolto per non aver commesso il fatto: è stato poi lo stesso Gagliardi a intervenire in aula per professare la sua innocenza, davanti ai fratelli della vittima. Nel corso dell'udienza è stato quantificato il risarcimento-danni chiesto da alcuni parenti di Pavone. Per i fratelli e la madre dell'ingegnere informatico, rispettivamente Concettina Toro, Adele e Rocco Pavone, l'avvocato Massimo Galasso ha stimato in circa 600mila euro la somma totale da corrispondere, di cui 150mila euro a ciascuno dei fratelli e 300 mila euro alla madre. Galasso ha specificato che in questo momento l’interesse non è concentrato tanto sul denaro quanto sulla conclusione di questa triste e dolorosa vicenda, e si è augurato che «si accertino le responsabilità dell’omicidio». Quanto alla richiesta del pm, è «assolutamente congrua», per Galasso.
Non è stato quantificato, invece, il danno per la moglie e i due figli di Pavone, rappresentati in giudizio dall'avvocato Ettore Di Zio, che ha chiesto una provvisionale. Sarà il giudice a decidere la somma, in attesa che in sede civile venga stabilita quella complessiva.
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