Il grande cuore di Arturo: salva i profughi e li ospita

9 Aprile 2022

Rocca San Giovanni, un appartamento per una famiglia scampata alla morte Dimitri e Natalia, l’orrore è alle spalle. Lui: «Io ferito, il mio amico ammazzato» 

ROCCA SAN GIOVANNI . Un amico è colui che entra quando il resto del mondo esce. Forse non ci ha nemmeno pensato ai tanti proverbi sull'amicizia Arturo Di Florio, imprenditore di Rocca San Giovanni, quando è partito con la sua macchina per andare a prendere Dimitri e Natalia, amici ucraini da oltre 30 anni, e il loro nipote di 15 anni. Non ha pensato a niente, solo che doveva andare. Li aveva sentiti per giorni al telefono, rincuorandosi visto che le cose, laggiù a Irpin, non sembravano andare poi così male. I due coniugi 64enni si sforzavano di restare tranquilli e non avevano alcuna intenzione di abbandonare Paese, affetti e i sacrifici di una vita. La loro casa ai confini di un grande bosco sembrava lontana perfino dalle bombe. In un attimo è cambiato tutto. «Ho sentito che la voce di Natalia si faceva ogni giorno più preoccupata», racconta Arturo, «fino a quando mi ha chiamato in lacrime dicendomi che il marito era stato ferito e che sarebbero partiti in poche ore. Era il 17 marzo. Lì ho deciso: sarei andato io a prenderli. Oggi so che se non fossi partito sarebbero morti».
LA FUGA
Come ci si prepara per una destinazione ignota, in fuga dalla guerra e dalla morte, con poche ore prendere ogni decisione? Cosa si porta, come ci si attrezza, cosa si pensa? Lo racconta Natalia, con le mani intrecciate come a sgranare i fotogrammi della tragedia. «Non avevamo tempo», dice, «ho preso i documenti, molti vestiti ce li siamo messi addosso, cibo poco, solo le scatolette per la nostra Petra (una cagnolina), cellulari e caricabatterie. In tutto avevamo tre borse». Fuggire è diventato un imperativo dal giorno in cui il marito Dimitri è tornato ferito da una scarica di colpi di kalashnikov. Lui e il suo amico erano andati a fare rifornimento di gasolio. All'improvviso tre carri armati russi sbucano dal bosco, si sentono solo le esplosioni dei colpi. Dimitri è alla guida, viene colpito di striscio e le pallottole gli incrinano tre costole ferendolo a un braccio e al torace. È un attimo: si getta fuori dall'auto e si trascina sui gomiti per strada. Lo preleverà in auto un vicino di casa che era poco dietro di loro, ma perde moltissimo sangue. Quando arriva a casa sviene, il suo amico invece è morto sul colpo. È rimasto a terra per cinque giorni prima che qualcuno potesse andare a seppellirlo. I russi controllavano ormai tutta la zona. «Ditelo agli italiani che i russi sono venuti per uccidere», dice Natalia, «e che uccidono soprattutto noi civili. Siamo dovuti scappare per questo. Se fossero venuti a casa e avessero visto mio marito ferito e scampato ad un loro attacco ci avrebbero sicuramente uccisi entrambi». Per Dimitri, Natalia e il nipote quindicenne Dimitri ci sono volute 20 ore di treno in piedi e altri passaggi in auto per arrivare in Ungheria.
L'ABBRACCIO
«Non so spiegare cosa ho provato nel momento in cui li ho visti», racconta Arturo, «è stato come riportarli alla vita». Una volta in Italia l'imprenditore frentano non ci ha pensato due volte: Natalia e i due Dimitri sarebbero stati a casa sua. «È un appartamento in cui dovevo trasferirmi con la mia famiglia», prosegue Arturo, «sopra alla casa dei miei genitori, era tutto pronto: allacci, utenze, mobili. Ma fino a quando servirà potranno restarci loro».
LA SOLIDARIETÀ
«Da cittadino vorrei fare un appello alle istituzioni», prosegue Di Florio, «non lasciateci soli. È bellissimo aiutare e sentirsi utili in questi momenti, ma non possiamo fare tutto da soli. Il mio Comune non si è fatto vivo, eppure siamo solo 2mila abitanti. Ho dovuto fare tutto da solo: visite mediche, segnalazione alla questura, documenti, vaccinazioni e assistenza medica. L'iscrizione di Dimitri al liceo scientifico di Lanciano è avvenuta solo grazie all'aiuto di una signora ucraina che abbiamo incontrato in questura e alla scuola che lo ha accolto a braccia aperte. Siamo in contatto con il gruppo di cittadini ucraini residenti da anni a Lanciano, ma sarebbe bello e utile avere l'appoggio e la supervisione delle istituzioni. L'assurdo è stato che, dopo aver registrato il cagnolino alla dogana, la Asl è venuta, giustamente, due volte a visitarlo e a vaccinarlo. Ma Natalia e Dimitri non li ha incontrati nessuno». «Stiamo bene», aggiunge Natalia, sono riuscita a dormire il giorno dopo che sono arrivata qui. Ci hanno sfamato, vestito, dato una casa. Non lo dimenticheremo».