Il grido dei sindaci: rischiamo il dissesto

3 Marzo 2017

Di Primio (Chieti) minaccia: «Subito i fondi o mi dimetto»

Tra i più agguerriti c’è il sindaco di Chieti, Umberto Di Primio. «Voglio sapere quando avrò a disposizione i soldi che sto caricando sul mio bilancio, altrimenti non aspetterò che il mio comune vada in dissesto, ma mi dimetterò prima», minaccia il primo cittadino. «Siamo in una condizione di forte disagio: non riusciamo a fare più di dieci passi senza che un cittadino, un commerciante, un imprenditore ci fermi per strada per chiederci risposte», ammette il collega Maurizio Brucchi, raccontando a Roma il dramma di Teramo, una città messa in ginocchio dal micidiale mix di terremoto e maltempo. Parole che scuotono la sacralità della Sala del Mappamondo della Camera, affollata da un piccolo esercito di fasce tricolori abruzzesi che ieri ha sfilato da Piazza Santi Apostoli a Piazza Montecitorio. Prima di essere ricevuto alla Camera dalla vice presidente Marina Sereni e a Palazzo Chigi dalla sottosegretaria all’Economia, Paola De Micheli.

LA POLEMICA. Martedì prossimo scade il termine per la presentazione degli emendamenti al decreto terremoto. Un provvedimento dal quale i comuni delle quattro province abruzzesi, colpite dalla «tempesta perfetta» (copyright di Di Primio) di gennaio, si aspettano risposte concrete. E la corsa contro il tempo è già iniziata. «Ma lo volete capire che non possiamo aspettare ancora», sbotta il sindaco di Notaresco, 6.900 anime in provincia di Teramo, Diego Di Bonaventura, in polemica con il presidente della commissione Ambiente di Montecitorio, Ermete Realacci. «Il problema è il tempo, ci aspettiamo provvedimenti seri subito – incalza –. E invece siamo ancora al “dobbiamo capire”, al “dobbiamo vedere” nonostante l’emergenza sia ormai passata». Anche perché, nella lunga lista di richieste dei sindaci, alcuni alle prese con i danni del terremoto, altri del maltempo e altri ancora con entrambi, c’è un tema che riguarda tutti senza distinzioni. «C’è il rischio di vedere tutti i comuni interessati in dissesto finanziario prima della fine dell’estate», lancia l’allarme Di Primio.

LE RICHIESTE. Una situazione che il sindaco di Chieti e vice presidente dell’Anci, l’Associazione dei comuni italiani, spiega con un esempio che rende bene l’idea. «Noi eravamo quelli che tappavano le buche, oggi siamo quelli che stanno ricostruendo senza avere fondi – accusa –. Stiamo fermando le frane con le mani perché non abbiamo soldi. E intanto ci dicono: “Fate le gare”. Ma non possiamo farle se non abbiamo la copertura finanziaria che è stata deliberata dal ministero dell’Ambiente ma, ad oggi, non si sa se è alla firma del ministero dell’Economia o se è al vaglio della Corte dei Conti». Alla fine del giro di interventi, sul piatto restano le richieste precise dei sindaci abruzzesi. Che lo stesso Di Primio ha sintetizzato per tutti. Primo: regole certe che diano la possibilità ai sindaci di operare. E, quindi, di fare le gare per mettere in sicurezza le scuole e gli edifici pubblici. Secondo: una norma che chiarisca una volta per tutte se le valutazioni sulla vulnerabilità sismica degli edifici sono uguali in tutta Italia o se sono diverse da comune a comune. Terzo: basta alle promesse e alle conferenze stampa. «Lo dico alla Regione Abruzzo il cui presidente è un generatore di comunicati stampa e lo dico al governo che fa altrettanto», conclude il sindaco di Chieti.

IL CONFRONTO. C’è chi chiede attenzione sul tema delle dighe, a cominciare da quella di Campotosto. E chi, escluso dal cratere sismico, invoca di essere ripescato con un emendamento ad hoc. «Il decreto è insufficiente – taglia corto Brucchi –. L’Abruzzo è stato colpito da un evento eccezionale e per fronteggiarlo servono misure eccezionali». I presidenti delle Province di Teramo e Chieti, Renzo Di Sabatino e Mario Pupillo, invitano il governo ad una riflessione e ad adottare misure specifiche in ragione della specificità dell’emergenza abruzzese. Mentre Realacci prova a tirare le somme: «Le richieste sono tante, cercheremo di lavorare per potenziare le misure del decreto». Al termine le facce restano preoccupate. «Garanzie concrete? Nessuna. Speriamo non sia solo una presa in giro…», ammette sconsolato uno dei tanti sindaci presenti con la fascia tricolore ripiegata in una tasca.