Il manager pescarese a Pechino: chiusi in casa con la mascherina

7 Febbraio 2020

Di Silverio, sarto della Brioni: «Il centro dell’epidemia è lontano, le misure adottate sono rassicuranti La capitale è vuota per il Capodanno cinese, ma spostamenti e contatti sono limitati al minimo»

PESCARA. La giusta preoccupazione, ma nessuna psicosi. Il coronavirus visto da Pechino sembra suscitare meno timori rispetto a quanto avviene in Italia. A rassicurare chi vive in Cina sono le misure prese dal governo e il modo in cui tutte le prescrizioni vengono osservate, come racconta Juri Di Silverio, sarto itinerante per il mercato asiatico. De Silverio lavora per la Brioni a Pechino, da dove si sposta in tutto il paese, oltre che in Giappone e Corea del Sud. Originario di Picciano, ha studiato alla Formoda di Penne, e dal 2014 vive in Cina.
Com’è Pechino in questi giorni?
«Ancora abbastanza vuota per via del Capodanno cinese, che è un po’ simile al nostro Natale: milioni di persone tornano per festeggiare nei propri paesi d’origine. Ma per far muovere il meno possibile la gente, e quindi per limitare possibilità di contagio, il governo ha prolungato le vacanze».
Città spettrale?
«Più che altro vuota per gli standard della capitale. Non è la solita Pechino. Tutti limitano al minimo gli spostamenti, sia per scelta personale sia per le indicazioni che arrivano dal governo».
C’è molta preoccupazione?
«In realtà, fondamentalmente siamo abbastanza tranquilli. Siamo lontani dalla provincia di Hubei, dove c’è Wuhan, la città in cui si è sviluppata l’epidemia. La preoccupazione potrebbe aumentare quando la gente comincerà a rientrare dal Capodanno, ma governo e aziende stanno cercando di contenere i movimenti».
Quali sono le misure particolari in vigore?
«Non si viaggia più. Io ad esempio ho annullato una trasferta a Shangai. Un po’ tutti si spostano meno per lavoro. Da una decina di giorni siamo praticamente chiusi in casa, si esce il meno possibile, ed è obbligatorio indossare la mascherina. Nei palazzi e negli uffici le pulizie vengono fatte in maniera più approfondita, con prodotti più “aggressivi”. Quando si entra in un posto pubblico, come pure in metropolitana, viene misurata la temperatura con un termometro a infrarossi digitale, una sorta di pistola».
Per necessità come ad esempio l’acquisto di generi alimentari come fate?
«Io utilizzavo già molto la spesa on line. Prima venivano a portarla fino alla porta di casa: adesso, per limitare i contatti, gli addetti la lasciano sotto al portone».
In generale, sembra che lì siate abbastanza sereni.
«La paura c’è sempre. Si rivive un po’ l’incubo della Sars, ma c’è anche una risposta forte da parte delle autorità: le precauzioni sono tante, da parte di tutti. Ci si lava sempre le mani, si indossa la mascherina, sulle pulsantiere degli ascensori vengono messe pellicole cambiate regolarmente. E poi abbiamo ricevuto tutti una lista di ospedali ai quali bisogna rivolgersi in caso di sintomi, dove sono stati predisposti reparti adeguati per essere curati in caso di contagio».
A proposito di ospedali, in Italia ha fatto scalpore la costruzione di uno in pochi giorni.
«Qui invece non ha destato una meraviglia eccessiva. I miei colleghi cinesi hanno già vissuto la Sars, quindi risposte del genere non sono eccezionali per loro».
Quando si pensa che finirà l’emergenza?
«C’è chi dice che entro febbraio dovrebbe finire, secondo altri il picco massimo dovrebbe invece arrivare a cavallo tra aprile e maggio. Di solito le notizie che arrivano da Hong Kong tendono a essere più allarmanti».
Ha pensato di scappare?
«No. Ho anche contattato l’ambasciata, che non ha consigliato di partire. Tra l’altro, i voli per l’Italia sono sospesi».
I suoi parenti che dicono?
«Ovviamente sono preoccupati, ma penso anche per la psicosi che si è diffusa. A vedere la situazione dall’esterno sembra tutto più grave. Qui si ha l’impressione di essere più tranquilli vedendo come vengono osservate tutte le prescrizioni e le precauzioni».
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