Il modello L’Aquila non è tutto da buttare

30 Agosto 2016

Esempi virtuosi? Si citano il Friuli e l’Emilia, ma qui c’erano 67 mila sfollati Commessi molti errori, ma le case (e le scuole) erano meglio delle baracche

L’AQUILA. Il modello L’Aquila post-sisma 2009 adesso sembra come la peste: l’unica cosa da fare è starci lontano il più possibile. Chiunque venga interpellato da giornali e Tv magnifica il modello friulano (1976) o quello emiliano (2012). Quello aquilano è il pozzo dove trovare solo il peggio del peggio. Ma è proprio così? Innanzitutto per l’ennesima volta bisogna distinguere: il modello L’Aquila è uno e trino. C’è stato il periodo dell’emergenza gestito con pieni poteri dalla Protezione civile (10 mesi), poi quello commissariale (con Gianni Chiodi presidente della Regione commissario di governo e Massimo Cialente vice per soli 8 mesi) durato due anni e mezzo e poi il ritorno dei poteri agli enti locali (con dei limiti) dall’ottobre 2012.

In questi giorni però, con riferimento al terremoto in Centro Italia, si discute in particolare del primo modello L’Aquila, quello riferito all’emergenza e alla necessità di trovare un tetto per gli sfollati. Ma tutti i pareri (anche i più autorevoli) non tengono conto dei numeri. Per esemplificare: se possiedi un Tir non puoi costruire un garage dove ci va appena una Cinquecento.

Un ricordo personale: il venerdì successivo al sisma mentre andavo alla caserma della Guardia di Finanza dove si sarebbero celebrati i funerali delle vittime mi arrivò sul telefonino un lancio di un’agenzia di stampa che diceva: con una ordinanza, il sindaco dell’Aquila ha dichiarato inagibili tutte le abitazioni del Comune. Potenzialmente in quel momento 100.000 persone (che abitavano in poco più di 70.000 case) non avevano più un tetto. Per il terremoto del 24 agosto scorso si parla di poche migliaia di sfollati. Già questo dovrebbe far sì che discutere di modello L’Aquila da applicare all’attuale emergenza non ha senso.

I dati ufficiali della Protezione civile (elaborati poche settimane dopo il sisma delle 3.32) indicarono un totale di 67.459 sfollati di cui 35.690 nelle tendopoli e 31.769 in hotel o case private. A questi vanno aggiunti coloro che fecero affidamento su parenti e amici con abitazioni in zone poco lontane. Già questo basterebbe a dare un’idea di che cosa ci si trovò ad affrontare. Ma le questioni erano anche altre. L’Aquila era ed è un capoluogo di Regione con dentro i più importanti uffici pubblici che rimasero paralizzati. C’era da ridare un minimo di agibilità a prefettura, tribunale e Corte d’appello, sedi periferiche dei ministeri e chi più ne ha, più ne metta. È da lì che nacque la famosa ordinanza del 4 maggio 2009 che prevedeva il trasferimento di gran parte degli uffici sulla costa (esclusa solo la prefettura) che poi fu ritirata in gran fretta grazie anche all’intervento del sindaco Cialente (che ancora oggi parla di quella vicenda incensandosi un po’ troppo, ma ci può stare).

Per accogliere tutti gli sfollati che non avevano scelto gli alberghi sul mare Adriatico furono realizzate 171 aree di accoglienza con quasi 6.000 tende, 107 cucine da campo e 47 presidi sanitari. Costo totale di questo primissimo intervento 456 milioni di euro.

Ma quand’è che comincia a materializzarsi il vero modello L’Aquila? Nel momento in cui si inizia a ragionare su come evitare che gli sfollati potessero arrivare all’inverno ancora sotto le tende. Lì giocarono diversi elementi: da una parte la “grandeur” dell’allora presidente del consiglio Silvio Berlusconi, che da costruttore di città (all’epoca si parlava molto di Milano 2) pensò subito a una nuova L’Aquila da far nascere a poca distanza (nei pressi di Bagno). Questa opzione fu scartata subito (sarebbero stati cancellati secoli di storia e nessun aquilano avrebbe potuto accettare quella soluzione così drastica). Ma l’idea di newtown (anche se questo termine è fuorviante, in realtà si trattava pur sempre di alloggi semi-provvisori in attesa della vera ricostruzione) non fu affatto messa in un angolo. Anzi, già il 23 aprile il modello L’Aquila aveva preso forma. Tempi troppo rapidi per non sospettare che era tutto già bello che pronto in un cassetto da aprire alla prima catastrofe utile. Ma questo è un aspetto che ancora deve essere approfondito. Si poteva evitare di realizzare il piano Case? Tutto in teoria si poteva evitare ma allora (e si parla di fine aprile-maggio-giugno 2009) fra chi era sotto choc, chi temeva di passare tutta la vita sotto una tenda, chi, anche se aveva la casa in ottime condizioni non se la sentiva di rientrare, con amministrazioni locali che in quel momento erano assolutamente incapaci di poter programmare alcunché (si lavorava nella precarietà più assoluta e la gran parte dei consiglieri comunali e molti componenti della giunta sparirono per settimane e fallì persino il tentativo di fare una giunta di salute pubblica), obiettare sulle decisioni della Protezione civile fu difficile se non impossibile. Ci fu chi ci provò, ma si trattò di poche centinaia persone (che crearono dei comitati) il cui parere non fu mai preso in considerazione nemmeno dai poteri locali. A questo va aggiunto un elemento psicologico: il capo della Protezione civile, Guido Bertolaso, visitava in continuazione le tendopoli, entrava fra i fischi e usciva fra gli applausi. Le parole magiche alla fine erano sempre le stesse: volete case belle e sicure o preferite le baracche? La risposta non era mai un sì o un no, ma un’ovazione. Dunque il modello L’Aquila piacque alla gran parte degli aquilani e a luglio 2009 si cominciò con i cantieri (che andarono avanti fino a febbraio 2010). Questi i numeri: 185 edifici (su 19 piastre) per un totale di 4.449 alloggi che ospitarono 15.000 persone (con case E o in zona rossa). Costo circa 700 milioni di euro. Lo snodo fu nell’agosto del 2009 quando ci fu un censimento nel quale gli sfollati scelsero a quale tipo di assistenza ricorrere: piano Case, autonoma sistemazione, affitto concordato. Nel giugno del 2010, quando la situazione si era stabilizzata i dati ci dicono che 25.961 persone erano in autonoma sistemazione (si tratta di un contributo dato a chi si “arrangiava” e non aveva voluto il Case), 18.655 persone erano fra piani Case, moduli abitativi provvisori (le casette costruite anche in alcune frazioni dell’Aquila oltre che nei comuni minori), 3.360 si trovavano ancora negli alberghi, 620 in due caserme (Finanza ed Esercito). Un anno dopo il terremoto circa 50.000 persone (delle quasi 70.000 iniziali) erano sistemate in maniera dignitosa. Si sarebbe potuto fare diversamente? Forse sì, forse no. Ma demonizzare il modello L’Aquila come il peggiore dei mali non corrisponde alla realtà fattuale. Senza dimenticare che quel modello (prima parte) diede una risposta immediata alla necessità di ricostruire le scuole. Furono realizzati 32 musp (moduli a uso scolastico provvisori) che da settembre 2009 a febbraio 2010 consentirono il ritorno a scuola, in locali sicuri, di 6.000 giovani. Senza quei musp la città si sarebbe desertificata. E sarebbe stata un’altra catastrofe.

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