«Il nostro Alessandro genio tra libri e goliardia»

La mamma e la sorella dell’insegnante raccontano l’amore per la storia «Che gioia quando un suo studente gli chiese di fargli da relatore per la tesi»
PESCARA. Una stanza piena di libri (senza contare quelli chiusi negli scatoloni sul balcone). È questo il luogo che più di tutti racconta Alessandro Angelucci, il docente universitario di 34 anni morto lunedì scorso in Turchia per una caduta in un dirupo di quasi 50 metri. «Qui dentro ci passava le nottate intere, spesso andava a dormire all’alba», racconta la mamma Angela all’interno della biblioteca con circa 4 mila volumi nella casa di viale Kennedy. «I libri erano la sua droga: io gli dicevo sempre che si faceva di libri. E lui conosceva a memoria la sua biblioteca: guai a toccargli i libri, mai spostarli. In media ne leggeva due ogni tre giorni. Addirittura, aveva quasi tutti i pantaloni con le tasche rotte perché ci infilava i libri ogni volta che usciva».
Adesso che Alessandro non c’è più, in attesa del rientro della salma previsto a fine settimana con la camera ardente in un luogo di cultura, la mamma e la sorella Giovanna guardano i libri sugli scaffali e rivedono lui. Sulla scrivania, c’è il computer di Alessandro: «Non ha fatto in tempo a finire un libro sui Vespri siciliani. Ci aveva lavorato tantissimo e gli mancava poco», dice la mamma che aspetta di vedere pubblicata quell’opera.
Uno storico senza tempo che, con la stessa disinvoltura, parlava con i grandi della cultura come Luciano Canfora, Franco Cardini e Umberto Eco e indossava i panni di Pescarina, la mascotte dei Giochi del Mediterraneo in Spiaggia: accademia e goliardia.
La storia era la sua passione fin da piccolo, il Medioevo era la sua epoca preferita: «Amava già le torri e i castelli da quando aveva un anno, poi, quando è cresciuto gli facevo le armature con il giornale perché con la carta argentata mi costava troppo», racconta ancora la mamma, «io ho lavorato solo per assecondare la sua passione per lo studio». E sono arrivati anche i momenti per ripagare quei sacrifici: «Alessandro era felicissimo quando ha avuto il primo incarico di una cattedra al Master di primo Livello in Teoria e Pratica di Teatro e Musica nel dipartimento di Lingue e letterature straniere della sede di Pescara. E ancora di più quando uno studente l’aveva scelto come relatore per la tesi di laurea: dopo la firma del foglio di accettazione, Alessandro faceva i salti di gioia. Quella firma per lui attestava la sua presenza ufficiale nel mondo dell’università».
Alessandro era uno che nello studio ci metteva l’anima perché non sapeva fare diversamente: «Durante l’anno di insegnamento continuava sempre a studiare e si faceva arrivare libri antichi anche dall’estero», dice la mamma, «e poi voleva entrare nella parte di tutto ciò che faceva tanto che insegnando Teatro medievale, il 18 giugno prossimo, avrebbe dovuto anche recitare in uno spettacolo: avrebbe fatto il frate». Invece su quel palcoscenico non ci sarà perché un destino crudele ha trasformato un’escursione nel distretto di Karasu, a 200 chilometri da Istanbul, in una tragedia: Alessandro, guida di 4 ragazzi di Viterbo in un progetto Erasmus-Plus, è passato in un torrente, poi con le stesse scarpe bagnate ha percorso un sentiero ma è precipitato. Una caduta fatale che non gli ha dato scampo: ora, la salma si trova in un ospedale di Istanbul.
«In 34 anni», dice la mamma, «ha fatto quello che tanti fanno in una vita intera. Si era laureato in Storia medievale a Bologna in tre anni e mezzo e, nello stesso periodo, ha frequentato anche la Scuola di Archivistica, Paleografia e Diplomatica: fare una cosa alla volta non era per lui». Poi, il dottorato di ricerca all’università di San Marino con i grandi della storiografia come il relatore della sua tesi, David Abulafia dell’università di Cambridge.
La sorella scorre il suo curriculum: «È lungo 8 pagine e io lo prendevo in giro perché gli dicevo che sembra quasi la Divina Commedia». E proprio la Divina Commedia è un bel ricordo tra i due: «Quando studiavo Dante al primo superiore e lui aveva appena 6 anni e faceva la prima elementare voleva già che gli leggessi i canti dell’Inferno, anzi se li era letti da solo. Amava lo studio e voleva continuare a fare il ricercatore: non ci teneva tanto a fare il professore, di entrare all’università per guadagnare un sacco di soldi a lui non gliene fregava niente. Per me era un genio, capace di alternarsi tra l’accademia e la goliardia. Una volta mi ha telefonato e mi ha detto: ma lo sai che sto prendendo un aperitivo con Umberto Eco? In questi giorni, abbiamo scoperto che tanta gente gli voleva davvero bene: tutta questa vicinanza non ce l’aspettavamo. Alessandro era più grande di quello che sapevamo. L’ultima volta che l’ho visto è stata domenica 22 maggio: mi ha telefonato mentre stava arrivando ad Ancona in treno per dirmi che sarebbe andato a vedere la nave Vespucci che era al porto. Quando sono arrivata, tra la folla, l’ho visto scendere con calma e sorridente dalla nave».
©RIPRODUZIONE RISERVATA

