«Il nostro dolore è ancora vivo»

Intervista a Rossella Del Rosso, sorella del titolare dell’hotel morto nella tragedia
PESCARA. Rossella Del Rosso è la sorella di Roberto, tra le 29 vittime dell’hotel Rigopiano. Memoria storica di quello che era Rigopiano non cinque, ma 50 anni fa, con il fratello ha condiviso l’amore e la passione per un luogo che ancora oggi definisce «dell’anima». Alla vigilia di un anniversario nel quale, più che in ogni altro, le famiglie pretendono una sentenza che onori i propri morti, Rossella Del Rosso accetta di rispondere alle domande del Centro.
Cinque anni dopo, come vive il ricordo della tragedia?
Con un dolore ancora vivo per la morte di 29 innocenti, tra cui mio fratello, e con un pensiero costante alla sofferenza dei famigliari delle vittime, soprattutto degli orfani.
Cosasi aspetta dal processo?
Dopo 5 anni si è appena conclusa la fase preliminare: un tempo eccessivo sia per le indagini sia per la tardiva calendarizzazione delle udienze. E ora la nuova perizia, per la quale ci vorrà molto più dei 3 mesi preventivati. Non mi aspetto molto dagli esiti processuali: sin dall’inizio alcune responsabilità non sono state ammesse e, in corso d’opera, l’esclusione degli Enti, l’inammissibilità delle intercettazioni fondamentali per ricostruire la gestione dell’emergenza e per configurare responsabilità precise, il depistaggio e, non ultime, le reciproche accuse tra organismi dello Stato con l’epilogo drammatico di un tentativo di suicidio, hanno spento la mia speranza di giungere alla verità.
A suo parere è cambiato qualcosa in Abruzzo dal 18 gennaio 2017?
Sembra che tutti abbiano scoperto le bellezze della montagna abruzzese. Abbiamo assistito, all’indomani della tragedia, a tentativi esasperati di accreditamento della nostra regione da parte delle istituzioni. Non voglio negare le potenzialità di questa terra; ma sui propositi dei politici, di entrambi gli schieramenti, esiste una letteratura che potrei documentare. Non credo serva ricordare la mancata applicazione della legge regionale del 1992, per la realizzazione della “carta di localizzazione del pericolo da valanga”, inapplicata per 25 anni. A casa mia, ogni volta che la Tv parla di “montagna”, si cambia canale. Il Gran Sasso è entrato nella nostra vita sin dal giorno in cui mia madre, incinta di Roberto, si recò a Rigopiano dove l’albergo di nostro zio era in costruzione.
Cosa pensa si debba fare?
Tutto il territorio montano pescarese, ricompreso nel Parco del Gran Sasso e Monti della Laga, è ad oggi dimenticato. Disapprovo la tesi che la montagna sia vocata solo alla pastorizia: il territorio interno deve poter trarre vantaggi economici dalle risorse naturali secondo principi ecosostenibili, onde evitare la depressione economica e lo spopolamento. Ed è auspicabile che si intervenga con finanziamenti pubblici, come nel caso dell’Albergo di Campo Imperatore, anche per la nostra montagna. Nel contempo le istituzioni devono garantire la salvaguardia dell’ambiente e la sicurezza delle persone, applicando responsabilmente le leggi, condizione fondamentale affinché tragedie come quella dell’Hotel Rigopiano non si ripetano.
Cos’era per lei l’hotel Rigopiano?
Era un luogo dell’anima. Vi avevo trascorso la giovinezza, innamorandomi del bosco, delle cime, dei borghi…un amore che condividevo con mio fratello. Il suo “viaggio” lo aveva condotto a realizzare il sogno di lanciare il Gran Sasso esprimendo, da abile designer, tutte le peculiarità regionale. Ora tutti vogliono dimenticare, ma è impossibile negare l’armonia e la bellezza di quella struttura. E chi l’ha frequentata sa che difficilmente potrà essere eguagliata. Dietro l’Hotel Rigopiano c’era un progetto di rilancio del territorio, alimentato da una profonda passione per l’Abruzzo e la sua gente.

