Il pm Varone alla procura di Roma

Da gennaio lascia Pescara il magistrato delle inchieste politiche più importanti
PESCARA. Ha sfidato la politica di ogni colore, ha affrontato senza timori e a ogni livello la pubblica amministrazione che riteneva responsabile di corruzione, concussioni, abusi, peculati. Uscendone con qualche successo, ma più spesso con sentenze che hanno sconfessato i suoi castelli accusatori.
Gennaro Varone, 52 anni, di Taranto, lascia Pescara, come si sapeva da tempo e come lui stesso aveva manifestato in più occasioni. A gennaio andrà a Roma, come sostituto procuratore nel mare magnum della magistratura della capitale dove ripartirà con lo spirito che lo ha caratterizzato nei 15 anni trascorsi sulla costa adriatica, prima come pm spauracchio della politica e poi, negli ultimi tre anni, come riferimento per reati come riciclaggio, usura evasioni fiscali e bancarotte. In mezzo, alimentate dalla stessa passione, la musica e il rock, con produzione di cd e concerti di beneficenza. Varone è stato un magistrato sui generis anche nello stesso ambiente della procura, non sempre amato dai colleghi, ma sempre pronto a metterci la faccia anche quando il lavoro inquisitorio non ha fatto breccia tra i giudicanti. È stato lui a inaugurare la stagione delle grandi inchieste con gli arresti di Ciclone che rivoltarono la giunta di Montesilvano, nel novembre 2006. Due anni dopo, ha riservato la stessa sorte a Luciano D’Alfonso, poi assolto da ogni accusa, che riportò i pescaresi al voto a pochi mesi dalla rielezione a sindaco del futuro governatore. Prima e dopo, altre inchieste, altre accuse pesanti, altre giunte saltate: Spoltore, Penne, Nocciano. E ancora: la sanità, l’Arta. Mai un ripensamento, mai un passo indietro. Un rammarico sì, però: non essere riuscito a dare un nome, al termine di un’inchiesta a 360 gradi, all’assassino di Nicola Bucco, novembre 2012, via Leopardi, a un passo dal centro. È finito tutto in archivio. Per ora.

