Imprese agricole devastate a Teramo

3 Marzo 2017

Danni per centinaia di migliaia di euro, stalle e capannoni crollati per le scosse e il peso della neve

DALL’INVIATA A ROMA. Dietro ai volti, agli slogan, ci sono le storie. Ognuno dei partecipanti alla manifestazione, direttamente o indirettamente, ha dovuto fare i conti con il terremoto o con l’eccezionale nevicata. Spesso con entrambi.

Maria Jose Moraza con il marito è la titolare della Fattoria Gioia, a Valviano di Cellino Attanasio. «Siamo rimasti isolati una settimana per la neve e con il terremoto», racconta, «è crollata la sala mungitura delle capre e una stalletta. Per fortuna sono venuti i volontari ad aiutarci a togliere la neve dai tetti e non è caduto altro. Ma abbiamo vissuto 18 giorni senza luce e due-tre giorni senz'acqua. I bambini, appena è stata riaperta la strada, li abbiamo spostati a Montesilvano perchè c’era il pericolo di slavine. Noi anche se impauriti siamo stati costretti a rimanere per badare alle bestie». Probabilmente i titolari della fattoria Gioia non ce l’avrebbero fatta se non fossero stati aiutati dai volontari del Cai di Teramo, dell’Arci di Teramo, poi per diversi giorni dalle “Brigate di solidarietà attiva”.

Finita la neve, sono iniziate le frane. «La strada è franata, visto che non c'è stata manutenzione e le acque non sono state canalizzate. Si è formato quasi un calanco», spiega Maria Jose, «grazie all’intervento dell’assessore Dino Pepe, è venuto il consorzio di Bonifica norda fare un intervento di emergenza. Ma quando pioverà di nuovo è possibile che il pezzettino di strada rimasto venga giù: noi chiediamo un intervento di palificazione che risolva la questione». Intanto però la fattoria è semiparalizzata e gli animali stanno soffrendo. «Non possono uscire perchè il recinto è a terra per la neve», conferma l’imprenditrice, «la stalla è sovraffollata, perchè la stalletta è crollata. Ci sono 50 capre che hanno partorito. Gli animali sono pressati e sono venute loro le pulci. Non possiamo fare più formaggi di capra perchè la sala mungitura è crollata». Maria Jose Moraza non chiede tanto. «Ho bisogno che mi riaggiustino la strada per ricostruire. Non so quanto ancora potremo resistere, anche se non voglio spostare un’attività in cui abbiamo investito 30 anni della nostra vita».

Anche a cinque titolari di altrettante imprese agricole, tutti nella zona di Ronzano di Castel Castagna sono andate in fumo strutture realizzate in una vita di duro lavoro. A occhio e croce sono scomparsi sotto la neve almeno un paio di milioni di euro. E Castel Castagna, inspiegabilmente, è anche fuori del cratere. «Mi sono crollati 4 capannoni e dentro c’erano trattori e altri mezzi», racconta Antonio Massimi, «attualmente non posso più lavorare e devo sostenere pur i costi di smaltimento delle macerie e dell’amianto». «Io ho 4 capannoni a terra e altri semi distrutti», aggiunge Adamo Barone, «la stalla di cemento armato è pure lesionata dal terremoto, speriamo che non venga un’altra scossa o gli animali rischiano di rimanere schiacciati. Per ora ho subito datti per 400-500mila euro. Storie simili anche nell’azienda agricola di Gino Antonio Barone, dove sono andati giù tre capannoni e di Giuseppe Di Berardino. «Una zona che è stata devastata da terremoto e neve», commentano tutti, «ci devono spiegare perchè non siamo nel cratere sismico con tutto quel che ci è successo. Ecco perchè siamo qui».

Indubbiamente uno dei settori più danneggiati è l’agricoltura. Il rischio è che molte attività gettino la spugna e questo avrà una ripercussione paradossale, spiegata ma Maria Moraza: «il ruolo della piccola agricoltura contadina non è capito: è un investimento strategico per il territorio. Che strumenti ci sono per lottare contro dissesto visto che le istituzioni non hanno soldi? C’è solo l’agricoltura consapevole che si prende cura del territorio per evitare che degeneri completamente. (a.f.)

©RIPRODUZIONE RISERVATA