In Abruzzo 800 contagiati dall’Aids

8 Giugno 2018

A Pescara il numero maggiore di casi. L’infettivologo Parruti: le cure sono efficaci, ma bisogna scoprire subito la malattia

PESCARA. Una malattia di cui non si parla da molto tempo, ma sono circa 800 (dall’inizio dell’epidemia) le persone infettate dal virus dell’Hiv che vivono in Abruzzo. Il dato, aggiornato alla fine di maggio di quest’anno, viene direttamente dai sei centri distribuiti sul territorio provinciale, che si occupano della presa in carico dei pazienti e li accompagnano lungo il protocollo terapeutico. Una diagnosi di sieropositività, tuttavia, oggi non è più una condizione di non ritorno, come lo era fino a una ventina di anni fa. «Se la presenza del virus viene scoperta nelle fasi iniziali e prima che la malattia diventi conclamata», dice il professor Giustino Parruti, direttore dell’unità operativa di malattie infettive dell’ospedale di Pescara, i farmaci di seconda generazione, che sono potentissimi, sono in grado di abbattere completamente la viremia (cioè la presenza di virus nel sangue, ndr). Chi inizia la cura, dopo 6-8 mesi non è da considerare più un soggetto infettante».
Secondo l’ultimo report ufficiale del Ministero della salute, aggiornato al 31 dicembre 2016, in Abruzzo vivono 664 persone che sono entrate in contatto con il virus dell’Hiv, tra sieropositivi asintomatici e casi di malattia conclamata, che purtroppo continuano a rappresentare una percentuale piuttosto alta, che si aggira tra il 65 e il 76%. La ripartizione per province è nella tabella accanto, così come gli altri indicatori statistici presenti nel report del ministero. Nel 2016 sono stati registrati 52 nuovi casi.
Qualcosa, dice il professor Parruti, sta cambiando grazie a un progetto tutto “made in Abruzzo” che ha visto la luce nel 2014, e che ora molte regioni italiane stanno adottando. Attraverso il portale (www.failtestanchetu.it), è possibile prenotare il test in forma anonima, senza liste d’attesa, e recarsi direttamente in uno dei sei centri regionali. In caso di risposta positiva, si attiva immediatamente il protocollo di cura. «Se la carica virale viene abbattuta completamente», spiega il professore, «non c’è più trasmissione, e questo è un dato super consolidato». I primi segnali, in questo senso, si erano manifestati già verso la fine degli anni ’90. «Questo deve essere un incoraggiamento a mettersi in cura», aggiunge Parruti. «Nei territori dove aumenta l’accesso al test e alle cure, si abbatte la circolazione del virus. La riduzione della viremia nei “soggetti fonte” riduce anche la trasmissione del virus. Se riuscissimo a raggiungere il 90% delle persone che sono entrate in contatto con il virus, l’epidemia comincerebbe a declinare rapidamente». Da quando è partito il progetto, che sarà esteso anche ad altre realtà, e di cui il professor Parruti è coordinatore nazionale, sono stati effettuati più di 11.500 test. Sul portale basta seguire le istruzioni per prenotare le analisi del sangue. In una sezione si può anche capire, attraverso semplici passaggi, il grado di rischio dell’esposizione al virus.