In Abruzzo un esercito di 1.350 bagnini

28 Luglio 2019

Guadagnano 650 euro al mese, vigilano il mare da Martinsicuro a San Salvo: ecco come si diventa esperti di salvataggio

PESCARA. Occhio vigile sullo specchio di mare che è sotto la loro supervisione, pronti a intervenire in pochi secondi per salvare la vita dei bagnanti in pericolo. Sono loro gli eroi dell’estate, i circa 1350 “bagnini” (uno su cinque è una donna), che presidiano i 130 chilometri di costa abruzzese. Non sono famosi come quelli della serie Baywatch, passata alla storia della televisione, ma non hanno nulla da invidiare ai “colleghi” californiani in termini di preparazione e allenamento. Sì, perché non ci si improvvisa bagnini, ma lo si diventa dopo un percorso di addestramento e solo dopo aver sostenuto un esame, con tanto di brevetto.
QUANTO GUADAGNANO. In media, spiega Cristian Di Santo, presidente della sezione di Pescara della Società nazionale di salvamento e della Compagnia del Mare Lifeguard, lo stipendio di un bagnino varia dai 650 ai 1.300 euro netti al mese. A determinare l’entità del compenso è il numero di ore di servizio. In genere un turno dura 4 ore (e corrisponde allo stipendio base). Per portare a casa 1.300 euro, dunque, bisogna rimanere otto sulla spiaggia, ma non comodamente sdraiati sul lettino sotto l’ombrellone, a prendere il sole. Vigilare sulla sicurezza dei bagnanti è un’attività che richiede concentrazione continua, e doti fisiche rilevanti, certamente superiori alla media. L’EVOLUZIONE. Un lavoro, quello del bagnino, che è cambiato nel corso degli anni, anche con l’avanzare delle nuove tecnologie. «Il bagnino di prima», racconta Di Santo, «apriva lo stabilimento, puliva i bagni e guardava il mare. Oggi non è più così. Oggi fa solo ed esclusivamente il bagnino di salvamento, un lavoro di sorveglianza della spiaggia e dello specchio di mare antistante, pronto a intervenire in caso di emergenza».
Una buona parte del lavoro consiste nel prevenire le emergenze. «Ormai», prosegue Di Santo, «la nostra attività principale consiste nel prevenire gli incidenti. Per noi ogni incidente è un fallimento, anche se molte volte a determinarli sono dei comportamenti incoscienti da parte dei turisti».
LA FORMAZIONE. Sono tre, in Italia, gli organismi titolati a rilasciare l’abilitazione necessaria all’esercizio della professione. Si tratta della Società nazionale di salvamento, dalla Federazione italiana nuoto (sezione salvamento), e della Federazione italiana salvamento acquatico. Il corso dura due mesi e mezzo, e prevede lezioni teoriche e prove pratiche. Al corso vengono insegnate tantissime cose, principalmente tecniche di primo soccorso e anche di rianimazione cardiaca, ma bisogna anche dimostrare di essere fisicamente in grado di svolgere il servizio attraverso il superamento di una serie di prove di nuoto (stile rana, libero, dorso, rana subacquea). Le prove di salvataggio sono “a nuoto” e con l’utilizzo di strumenti come il pattino. Gli esaminatori sono gli ufficiali della Capitaneria di porto.
LE SOCIETÀ. In Abruzzo, lungo i 130 chilometri di spiaggia, da Martinsicuro a San Salvo, sono attive circa dieci società che si occupano di salvamento. L’80% dei bagnini presenti sulle spiagge abruzzesi è alle dipendenze di queste società che si sono aggiudicate i vari appalti. In genere, spiega ancora Di Santo, a svolgere la professione di bagnino sono ragazzi e ragazze di circa 20 anni, e di recente anche qualche straniero si sta cimentando con il salvamento.
BANDIERA BIANCA. La giornata tipo del bagnino prevede l’arrivo in spiaggia alle 9.15.
La prima operazione, spiega Di Santo, è la verifica che serve a escludere eventuali pericoli sulla battigia (come bottiglie rotte o altro). Poi si “arma” la posizione, si predispongono cioè tutte le attrezzature che potrebbero servire in caso di emergenza. Infine si issa la bandiera: «Bianca», spiega Cristian, «per segnalare la presenza del bagnino e condizioni meteo-marine favorevoli. Se il mare è mosso, o non c’è il bagnino, oppure se il tempo non è buono viene issata la bandiera rossa che sta a significare una situazione di pericolo, ma che non rappresenta un divieto di balneazione».
L’ALLARME. Oggi, spiega ancora Di Santo, esistono i piani collettivi di salvamento che vengono presentati alla Capitaneria a inizio stagione, ed è sempre la Capitaneria a supervisionarli. «Noi», aggiunge, «abbiamo una centrale operativa che è in grado di intervenire entro 3 minuti», in caso di intervento complesso.
«Siamo attivi anche in inverno, nelle scuole, dove facciamo opera di sensibilizzazione e dimostrazioni per far capire ai ragazzi i pericoli che possono derivare da un comportamento inappropriato».
I CONSIGLI. «Se non sai nuotare», conclude Cristian Di Santo, «non andare dove l’acqua è più alta del tuo ombelico; il bagno, anche per nuotatori esperti, si fa sempre in due, mai da soli; vietato salire e tuffarsi dalle scogliere, dove si verificano gli incidenti più gravi; attenzione ai colpi di calore e agli sbalzi di temperatura. Molti decessi di anziani si verificano proprio a causa dello choc termico derivante dall’entrare in acqua (che è sempre più fredda rispetto all’ambiente circostante, ndr), quando si è troppo accaldati. Molti incidenti di questo tipo si verificano anche nelle acque basse (40-50 centimetri di altezza). Infine, una raccomandazione ai genitori: i bagnini non sono i baby sitter della spiaggia. I bambini vanno sorvegliati con le gambe in acqua, non da sotto l’ombrellone».
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