In carcere tra terremoto e malati senza cure

25 Gennaio 2017

Castrogno, Rita Bernardini visita la struttura. Convenzione con l’Università per il reinserimento dei detenuti

TERAMO. Un cubo di cemento circondato da sbarre e reticolati inviolabili, a ricordare tutta la distanza che c’è tra dentro e fuori. Un cubo di cemento senza via di uscita, neanche in caso di terremoto, visto che non è stato mai predisposto un percorso di evacuazione controllata in caso di sisma. «Un cubo di cemento", dice Rita Bernardini, ex parlamentare ed ex segretario dei Radicali italiani, «dove ho incontrato uno scheletro di 29 anni, una ragazza malata di anemia aplastica, che non riceve le cure delle quali avrebbe bisogno». Non è molto diverso da tutti gli altri, il carcere di Teramo, e anche al suo interno la sofferenza si intreccia alla voglia di riscatto. Due aspetti emersi chiaramente durante la visita di cinque ore e mezzo che Rita Bernardini ha compiuto nel penitenziario, assieme al professor Paolo Berardinelli, presidente dell’Azienda per il diritto allo studio universitario. Sono pesanti le criticità emerse, solo in parte mitigate dalla notizia di una convenzione che permetterà ad alcuni detenuti di lavorare nella mensa dell’Università. «Una bella notizia, aggiunge Bernardini, «considerando che all’interno del carcere sono pochi i detenuti che lavorano o studiano, che sono impegnati durante la giornata, e questa è una cosa grave ai fini della riabilitazione. Questa apertura mi è sembrata particolarmente significativa, anche perché la collaborazione con l’ateneo prevede la creazione di un polo universitario all’interno del carcere, che consentirà ai detenuti in possesso di diploma di scuola superiore di accedere ai corsi accademici». La delegazione ha visitato i reparti di media e alta sorveglianza e la sezione femminile, che complessivamente ospitano circa 240 detenuti, tra cui 40 donne. «È da sottolineare», ha aggiunto «che sono assolutamente infondate le voci di presunte sommosse all’interno del carcere, dopo l’ondata di maltempo che ha colpito il teramano. Anche nei giorni di maggiore difficoltà, quando mancavano l’acqua, la luce, c’era difficoltà a reperire pasti caldi, in realtà c’è stata massima collaborazione tra detenuti e istituzione. Di disagi ce ne sono stati tanti, anche perché i “passeggi” (le aree nelle quali i detenuti possono usufruire dell’ora d’aria), erano completamente ostruiti dalla neve. Altra bufala è stata l’evacuazione di 120 persone. In realtà solo 38 detenuti, quelli che si trovavano al piano superiore, sono stati trasferiti in altre strutture». Le donne stanno tutte a piano terra, e si sono molto spaventate per le scosse di terremoto. A essere più preoccupate, racconta Rita Bernardini, quelle con figli che non riuscivano ad avere notizie della famiglia. Per questo motivo il direttore del carcere, data l’eccezionalità della situazione, ha concesso un maggior numero di telefonate. «Il carcere di Teramo, anche quando lo visitavo con Marco Pannella, mi ha sempre fatto una brutta impressione. Un luogo triste», aggiunge l’ex parlamentare, «che presenta delle carenze dal punto di vista della funzione riabilitativa. A giorni riprenderemo lo sciopero della fame per chiedere al Governo di procedere alla riforma dell’ordinamento penitenziario. La riforma è ferma in Senato, noi vogliamo che venga ripresa e votata abbastanza rapidamente. Una cosa è certa: alcuni istituti italiani sono in una situazione di totale illegalità, tanto che stanno aumentando anche le persone che muoiono in carcere, perché, per esempio, non vengono curate. Ho trovato persone che, a mio avviso, sono assolutamente incompatibili con la detenzione in carcere. Mi ha colpito una ragazza di 29 anni magrissima, romana. È stata trasferita da Rebibbia a Firenze, poi a Teramo, dove non viene curata adeguatamente. La mamma abita a Roma. Un caso che segnaleremo al più presto al dipartimento. Certo, non me la sento di gettare la croce solo sul carcere di Teramo, visto che la situazione è comune a quella di molte carceri italiane. Qui, almeno, non ho trovato sovraffollamento, oppure problemi strutturali». Anche la convenzione con l’università di Teramo, che sarà presentata nei prossimi giorni, testimonia la volontà di migliorare le condizioni di vita all’interno della struttura. «Circa due anni fa», afferma il rettore Luciano D’Amico, abbiamo firmato un protocollo con la sovrintendenza regionale degli istituti penitenziari per agevolare l’iscrizione dei detenuti all’università. Già da tempo ci rechiamo in carcere per dare loro la possibilità di sostenere gli esami, e forniamo, nei limiti del possibile, anche il materiale sul quale lavorare. A questo protocollo oggi si aggiunge quello stipulato dal professor Berardinelli, che ha pensato di rivolgersi a una cooperativa di tipo B, quelle che impiegano persone svantaggiate al fine di facilitarne il reinserimento, per il servizio di mensa. Su questo l’università sta lavorando e siamo pronti a sviluppare ulteriori intese per consentire ai detenuti di iscriversi ai corsi».

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