In Friuli lavoro e leggi innovative
In dieci anni riparati 74.096 edifici su 75mila danneggiati, storia forse irripetibile
UDINE. Come in un incubo mai finito rivediamo immagini che conosciamo, ascoltiamo parole già sentite. Noi friulani le abbiamo vissute sulla pelle e adesso guardiamo sgomenti le immagini di case maciullate, tra le quali spunta qualcuna che incredibilmente ha retto. Noi sappiamo questa storia, questo dolore che scava nell’anima e nella testa ma il Friuli, con le unghie, con i denti, con una capacità politica, tecnica e intellettuale straordinaria, è uscito dal baratro in dieci anni di assoluta dedizione, dal 1976 al 1986, periodo che segna il grande romanzo collettivo di questa regione. I dati sono chiari: 74.096 edifici riparati su 75 mila danneggiati, 16.276 ricostruiti su 18 mila distrutti.
Tra queste cifre di inizio e arrivo è possibile racchiudere una vicenda che, con sintesi, viene chiamata “Modello Friuli” che è rimasto come qualcosa di unico, forse di utopico e inimitabile, perché ogni catastrofe, pur nella similitudine degli scenari, rappresenta alla fine una storia specifica. Per tale motivo la ricostruzione cominciata da noi nel 1976 è ancora un fatto a sé nella tribolata odissea italiana attraverso le varie calamità. Fu una rinascita nata (come concetto e linee da seguire) all’istante, fin dal maggio '76, quando la gente tra le macerie decise che i paesi dovevano essere rifatti dov’erano e com’erano. Una frase simile è stata pronunciata ieri dal sindaco di Arquata, uno dei Comuni più colpiti. Il “dov’era e com’era”, secondo una condivisa volontà popolare, è il punto basilare di partenza, ma richiede poi infiniti sacrifici e uno spirito di iniziativa più forte di tutto. I friulani ne furono capaci, 40 anni fa. Il tessuto sociale era sicuramente solido perché il fronte operativo principale venne rappresentato sì dai tecnici, dalle imprese, dai muratori, ma soprattutto dalle 90 mila famiglie danneggiate, che si rimboccarono subito le maniche, coese e solidali. Fu il loro spirito a garantire il successo di leggi innovative ed efficaci messe in atto dai politici. La ricostruzione decollò a oltre un anno dal terremoto quando la gente, tornata nei villaggi prefabbricati dopo l’inverno nelle località di mare, ripopolò i paesi.
La prima estate del 1976, ancora mai compiutamente raccontata, fu però durissima dentro le tendopoli. Lo scontro fra chi chiedeva una soluzione concreta, chi venendo da Roma prometteva le case subito e chi più concretamente prevedeva tempi lunghi, arrivò all'estrema tensione. Le scosse di settembre indussero a cedere e ad accettare l’esodo, in qualche modo a rassegnarsi e ad avere fiducia. Alla fine non venne tradita. Questo accadde in Friuli. Caso unico in un’Italia che, a scadenze periodiche, sa di dover temere l’arrivo di una calamità e di dover ricominciare. Eppure la natura è la stessa e ha molta memoria, più degli uomini.
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