IN QUELLO SCHELETRO L’OBLIO DELLA STRAGE

3 Settembre 2016

Umiliata, si lascia trascinare la Concordia al martirio. In un bacino del porto di Genova, il colpo di grazia, alla carcassa di ruggine che neppure evoca i 14 ponti passeggeri, fieri e civettuoli...

Umiliata, si lascia trascinare la Concordia al martirio. In un bacino del porto di Genova, il colpo di grazia, alla carcassa di ruggine che neppure evoca i 14 ponti passeggeri, fieri e civettuoli prima del naufragio. Restano solo le sale macchine, con i motori morti. In 6 mesi, spariranno anche quelle. Il colpo di spugna finale sulla tragedia, prima che sul metallo. E a ricordare le grida, la disperazione, le scialuppe che non si calavano nella nave ormai inclinata resterà solo una lapide sull’isola lontana, il Giglio. Trentadue nomi incisi nel bronzo. «A imperitura memoria», promettono le vittime che, in posizione irregolare, fissano senza occhi e senza voce il mare dove sono annegate. Il molo è il loro sepolcro visibile, il vento il loro megafono. Unica rivincita sul piano (micidiale) di Costa crociere: cancellare ogni traccia tangibile della Concordia, per allontanare dalla memoria collettiva il dramma del 13 gennaio 2012.

L’oblio “dell’incidente” è sempre stato il porto di arrivo di Costa. E non ha mai provato pena per la propria Regina del mare. L’ha detronizzata, privata della corona, ferita a morte decretando che la falla fosse irreparabile. Ha deciso di non conservare nulla della sua esistenza. Neppure il suo nome, inciso sulla fiancata. Eppure, era ancora così luminoso, in mare, subito dopo il naufragio. E visibile, anche quando la nave è riemersa. Invece no. La Concordia l’ha mostrato con orgoglio quando, ormai, bolsa e senza forze, ha affrontato la traversata dal Giglio a Genova. Quattro giorni verso lo smantellamento. È passata con dignità davanti alle isole, grandi e piccole. Si è tolta perfino la soddisfazione di far preoccupare una potenza come la Francia che le ha mandato delle navi a sorvegliarla, perché non facesse scherzi. Magari affondando vicino alla Corsica.

Invece, no. La Concordia si è comportata bene fino in fondo. Fino al 27 luglio 2014. L’ingresso nel bacino di Voltri simile a quella dei bastimenti di migranti: con la folla festante sul molo. Eppoi. Eppoi, via il nome. Via perfino la prua. Tagliata per facilitare l’arrivo nel bacino del porto antico di Genova dove ci sarà la demolizione a secco. Relitto mutilato e privato dell’identità, l’affronto più grande per chi naviga. Non si è mai vista imbarcazione senza nome affrontare il mare. Neppure un bacino interno. Si può accettare di essere tirata dai rimorchiatori, ma non di rimanere anonimi. Non serve e non basta per cancellare “pene e oblio”. Un vecchio tango argentino di Carlos Gardel, proprio così canta, per seppellire la nostalgia e il dolore: “Mia amata Buenos Aires, quando ti rivedrò, non avrò più pene né oblio”. Basterà intravedere la tua sagoma, per annullare le pene e far riaffiorare la bellezza di ogni ricordo. Potere dell’evocazione. Più forte della volontà, di qualsiasi azione razionale. E di questo dimostra di aver paura Costa. Del potere evocativo di Concordia, dei suoi oggetti, di ogni suo dettaglio.

Sa bene che basterebbe un pianoforte, la campana, il nome della nave in quell’azzurro sbiadito e fangoso a far ricordare i volti, le mani, le voci dei 32 morti del naufragio. E anche di quell’operaio morto per recuperare il relitto che non figura nella lapide del Giglio. Ecco perché la società si è affrettata a cancellare tutto. Senza mantenere almeno il timone, per ricordare la tragedia del mare. Il marketing, forse, ne trarrà qualche beneficio a breve. Ma se pensa davvero che basti distruggere la nave per strappare i ricordi dalle persone allora ha poca fiducia nell’umanità. Nel cuore profondo dell’umanità. E, comunque, conviene a qualche manager di Costa fare un giretto al Giglio. Nella chiesa del porto. Qui, qualche cimelio della nave c’è. Anche un Bambinello. Ogni anno a Natale è esposto nel presepe. Senza rancore. Forse pure senza dolore. Ma di sicuro senza oblio.