Infermieri aggrediti in corsia, in un anno quasi 200 casi: «Si rischia la vita ogni giorno»

Sono 300 gli operatori presi di mira in un anno: il 70% sono donne. L’allarme dell’Opi: «Dietro il camice c’è una persona, bisogna avere rispetto»
PESCARA. L’attesa in Pronto soccorso, le ore necessarie per ottenere un ricovero, ma anche l’urgenza di ricevere un pasto o ritirare una cartella clinica. Sono alcuni dei motivi per cui pazienti e familiari sono andati in escandescenza e se la sono presi con il personale sanitario in corsia: aggressioni verbali e minacce che, delle volte, si sono trasformate anche in violenza.
Le aggressioni contro gli operatori sanitari, in particolare gli infermieri, non sono più casi isolati: sono diventate una realtà quotidiana del lavoro, soprattutto nei Pronto soccorso, dove si concentrano tensione emotiva, sovraffollamento e aspettative spesso irrealistiche da parte dei pazienti. Episodi sempre più frequenti anche nelle cronache dei giornali, che raccontano con crescente regolarità violenze verbali e fisiche ai danni di chi presta assistenza. In questo contesto si inserisce la marcia organizzata dall’Ordine delle professioni infermieristiche di Pescara, in programma domenica, con l’obiettivo di promuovere una riflessione su un fenomeno in costante aumento. Oggi alle 11.30 la presentazione dell’evento in Comune con il sindaco Carlo Masci e l’assessore Patrizia Martelli, insieme ai rappresentanti dell’Ordini professioni infermieristiche (Opi) Irene Rosini, Giuseppe Fedele Di Maggio e Maria Grazia D’Intino.
Una corsia d’ospedale non è più solo un luogo di cura, ma sempre più spesso diventa teatro di tensioni, insulti e violenze. E a fotografare l’emergenza sono i dati: 199 episodi di aggressione contro operatori sanitari e sociosanitari registrati nell’ultimo anno e circa 300 professionisti coinvolti. Un dato che rivela un aspetto ancora più preoccupante: molti episodi coinvolgono più vittime contemporaneamente, segno di situazioni fuori controllo. «È importante ricordare che non si tratta solo di numeri, ma di persone», dice la presidente Opi Pescara Irene Rosini, «dietro ogni episodio c’è qualcuno che torna a casa segnato, magari con insulti e persino con un livido. Sono esperienze che lasciano tracce profonde e non dovrebbero accadere». A pagare il prezzo più alto, secondo i dati Opi, sono soprattutto le donne: oltre il 70% delle vittime. Un dato che riflette la composizione della forza lavoro sanitaria, ma anche una vulnerabilità che non può essere ignorata. Le professioni più esposte sono quelle in prima linea, a stretto contatto con i pazienti: Gli infermieri sono circa il 60% dei casi, i medici il 14% e gli Oss il 10%.
Chi cura, chi assiste, chi resta accanto ai pazienti nei momenti più difficili è anche chi rischia di più. I luoghi dove la tensione esplode sono ben noti: Pronto soccorso, reparti di emergenza, ma anche psichiatria e degenze ordinarie. Qui si concentrano stress, attese e troppo spesso rabbia. «Il problema principale è che questi episodi generano insicurezza e ansia nel tornare al lavoro», continua Rosini, «molti operatori, dopo un’aggressione, chiedono di lasciare il reparto. Questo comporta che in alcuni ambiti diventi sempre più difficile trovare personale disposto a lavorare, soprattutto nei pronto soccorso». La forma di violenza più diffusa è quella verbale: insulti, minacce, intimidazioni. Ma non mancano aggressioni fisiche, episodi che lasciano segni non solo sul corpo, ma anche sulla psiche degli operatori. Nella maggior parte dei casi, gli aggressori sono pazienti o familiari, travolti da frustrazione, paura o esasperazione.
«Le persone che si rivolgono agli ospedali cercano risposte immediate ai propri bisogni, ma questo non è sempre possibile. Esistono codici di priorità assegnati secondo criteri precisi. Le lunghe attese non dipendono dagli operatori, ma da un sistema sotto pressione», spiega Rosini, «la sanità regionale sta cercando di intervenire, ad esempio con le Case della salute, per alleggerire e decongestionare i pronto soccorso. Tuttavia, molti bisogni nascono dalle criticità legate alla gestione delle cronicità, dove spesso mancano assistenza e risposte tempestive». La professione infermieristica affronta molte problematiche «tra cui una remunerazione non adeguata rispetto alle responsabilità, il rischio di aggressioni e la crescente complessità delle richieste, a fronte di un mancato riconoscimento di carriera». Da qui, l’invito a partecipare alla manifestazione di domenica: «Difendere gli operatori sanitari significa difendere il diritto alla cura di tutti. E per questo chiediamo a istituzioni e cittadini di essere al nostro fianco: perché nessuno deve avere paura di andare a lavorare per salvare la vita degli altri».
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