PESCARA
«Se sono qui oggi è grazie al sostegno ricevuto da mia moglie, nonché compagna di vita, Stefania, e all’amore immenso che provo per i miei figli. Sono stati loro a non arrendersi mai, restando al mio fianco senza riserve, fino alla fine». Esiste una dignità che non può essere intaccata nemmeno dalla malattia o dal silenzio assordante dello Stato ed è quella che brilla negli occhi di Romeo Caputo mentre racconta la sua storia. L’ex Ispettore Capo oggi in congedo dedica più di 20 anni della sua vita alla sicurezza degli altri, pagando però il prezzo più alto: durante le missioni in Kosovo e Bosnia ed Erzegovina (nei primi anni Duemila) inala a sua insaputa l’uranio impoverito.
In vista della ricorrenza del 28 aprile (Giornata mondiale per la salute e la sicurezza sul lavoro), la sua storia – raccontata in questa intervista esclusiva al Centro – diventa un monito potente che trasforma il dolore in orgoglio. Caputo – nato a San Severo (Foggia) nel 1966 ma da circa 15 anni residente a Pescara (dove ha prestato servizio) – non rinnega neanche per un attimo la sua missione, ponendo l’accento sulla «forza inesauribile» dei suoi cari, unico porto sicuro in un cammino segnato dal sacrificio e dalla ferma volontà di restare, nonostante tutto, «un servitore degli ultimi».
Caputo, può raccontarci come ha vissuto il momento in cui ha saputo che sarebbe partito per i Balcani?
«Dopo essermi arruolato nel 1985, ricevo nel ’96 la promozione per merito assoluto a Ispettore e, nello stesso anno, vivo la gioia della nascita del mio primo figlio. A distanza di quattro anni però, nel novembre del 2000, mi trovo di fronte alla scelta più difficile della mia vita. Il bivio è tra l’accettare la missione Unmik (Missione di amministrazione ad interim delle Nazioni Unite in Kosovo ndr), creata per mantenere la pace e l’ordine pubblico in Kosovo, o il restare a casa circondato dall’affetto della mia famiglia».
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Chi o che cosa l’ha convinta a partire?
«Non volevo lasciare mia moglie da sola con nostro figlio ancora piccolo. Alla fine, però, è stata proprio lei a sciogliere ogni dubbio e a incoraggiarmi, confermando quel sostegno reciproco che ha sempre guidato le nostre scelte di carriera. Senza esitazioni ha firmato la liberatoria necessaria a entrare nel gruppo dei 40 poliziotti italiani selezionati dalle Nazioni Unite. Era l’8 novembre del 2000. La spedizione aveva una durata di 12 mesi, ma alla fine sono rimasto lì per un anno e mezzo».
Il tempo lontano da suo figlio e da sua moglie è stato molto. Non ha mai pensato di mollare tutto e tornare a casa?
«È difficile da spiegare a parole, ma quando rientri in Italia vieni colpito da una sorta di “mal di missione” perché ti rendi conto che, se per te l’esperienza è conclusa, per i civili rimasti in Kosovo la realtà non cambia. Torni alla tua vita, ma loro restano bloccati in quelle condizioni di fame e povertà estrema che hai visto con i tuoi occhi».
Mi parli allora del vostro compito nel corso della missione.
«Ai tempi il Kosovo era diviso in 5 distretti gestiti dai paesi più importanti delle Nazioni Unite. Io ero stato collocato nella regione inglese con la base a Pristina, la capitale. Il nostro compito era quello di ricostruire il Kosovo e, soprattutto, formare una nuova polizia locale, il Kps (Kosovo Police Service ndr) per proteggere i civili. Tutto questo in un Paese che, dopo il crollo del comunismo e l’indipendenza dalla Serbia, si era trasformato in un violento campo di battaglia tra albanesi e serbi».
Al suo rientro sono arrivate diverse medaglie al merito per il contributo prestato nella Missione di Pace delle Nazioni Unite, ma al di là dei riconoscimenti ufficiali c'è un istante vissuto sul campo che le è rimasto impresso?
«L’impresa che porto nel cuore riguarda il giorno in cui decisi di addestrare contemporaneamente uomini di etnia serba e albanese, superando le logiche di un conflitto che sembrava insanabile. Decisi di tenere l’addestramento al centro della città».
Perché non fuori, invece?
«Perché volevo che quel messaggio di pace e unità fosse trasmesso a tutti. Quel successo mi valse un riconoscimento delle Nazioni Unite per la mia attitudine a instaurare rapporti umani autentici, a prescindere dalle origini dalla loro provenienza. Fu un riconoscimento importante in un contesto operativo che metteva a dura prova la nostra resistenza, ogni giorno».
Si spieghi meglio.
«La vita in Kosovo era molto dura. Arrivati a Pristina noi poliziotti abbiamo trovato alloggio nelle case civili, sprovvisti di corrente elettrica, con il pericolo di rimanere feriti da attacchi organizzati dai ribelli».
E la popolazione in che condizioni viveva, invece?
«Le racconto solo questo episodio: un giorno abbiamo fatto un’ispezione in una fabbrica abbandonata a Pristina: lì vivevano 40 famiglie serbe in condizioni disumane, stavano morendo di freddo. Ho dovuto usare le maniere forti con chi di dovere per riportare almeno la corrente. L’enclave serba era un vero e proprio ghetto. Così, il giorno di Natale, io e Luciana Romani, una funzionaria del Pam (programma alimentare mondiale delle Nazioni Unite ndr) ci siamo adoperati per portare ai bambini serbi buste piene di giocattoli, donati dagli studenti di alcune scuole elementari di Roma. Con Luciana, così come con il mio compagno di viaggio, ora sceriffo in Florida, Jim Hudson, si è creato un legame indissolubile che sempre mi porterò nel cuore».
Dopo il Kosovo la sua missione è proseguita in Bosnia ed Erzegovina fino al 2004, ma è stato al rientro che è iniziata la sfida più dura contro gli effetti dell’uranio impoverito. Ricorda il momento esatto in cui ha scoperto la verità?
«Era una sera del 2011, cominciai a sudare, avevo dolori ovunque: reni, stomaco, gambe. Non mi reggevo in piedi. Da lì la corsa in ospedale e il primo ricovero a Pescara. Quando hanno saputo della guerra in Kosovo i medici hanno capito tutto, non c’era alcun dubbio: la causa era uranio impoverito, il materiale radioattivo inalato da molti di noi in guerra, soprattutto durante le spedizioni a zone bombardate. Mi sono sottoposto a terapie per almeno due anni e l’aspetto più straziante è stato vedere Stefania e i miei due figli soffrire, avevano già fatto troppi sacrifici».
Che cosa ha provato?
«Non rabbia, solo indignazione perché nessuno, prima della partenza, ci aveva informati del pericolo: durante le spedizioni nelle zone bombardate, gli americani erano ben attrezzati, con maschere enormi e sofisticate. Noi italiani no. Ho dovuto fare causa per 8 anni prima di ottenere giustizia, non è stato semplice».
Se potesse tornare indietro, partirebbe di nuovo?
«Non ho alcun dubbio: rifarei tutto, nonostante la malattia che, ancora oggi, sono costretto a monitorare. La soddisfazione che provi quando riesci a salvare delle vite, non ha prezzo».