Insulti sui social al sindaco Maragno, assolto

25 Marzo 2022

Caso del 2018. Passa la tesi difensiva secondo cui non è stata verificata l’identità del profilo Facebook

MONTESILVANO. Finisce in tribunale una presunta diffamazione via web nei confronti dell’allora sindaco di Montesilvano, Francesco Maragno. A finire prima sotto inchiesta e poi sotto processo, un uomo residente in un piccolo centro della provincia di Pescara che, troppo pesantemente, aveva «criticato» il primo cittadino in relazione a una sua decisione riguardante il posizionamento di alcune telecamere ai semafori della città da lui amministrata.
Al termine del processo, l’imputato è stato assolto per non aver commesso il fatto. Nel marzo del 2018 il sindaco Maragno decide di installare altre apparecchiature Photored agli incroci più trafficati e pericolosi della città. Telecamere che immortalano il passaggio con il rosso, ma anche con il giallo agli incroci. Ci furono polemiche a riguardo, ma quella più forte sarebbe stta scatenata da uno dei consiglieri di maggioranza dell’epoca, Anthony Ernest Aliano, a suo tempo criticato per questa sua posizione proprio dal presidente della commissione Lavori pubblici Mauro Orsini, che ritenne fuori luogo le critiche del consigliere della stessa maggioranza. L’imputato, «commentando un post pubblicato sulla pagina Fb riconducibile a Anthony Aliano», si legge nel capo di imputazione, « relativo alla notizia del quotidiano il Centro dal titolo “Telecamere ai semafori - Sì all’acquisto dei Photored - Altri 3 incroci con trappola” e comunicando quindi con altre persone, offendeva la reputazione di Francesco Maragno, sindaco del Comune di Montesilvano, esprimendo nei suoi confronti i seguenti commenti: «Sindaco sei una latrina...la telecamera mettila a casa tua...; sindaco difensore dei rom. Zizzò...Mbikkt”. Commenti», conclude il pm Fabiana Rapino, «che non rientrano nella critica all’attività politico amministrativa di Maragno».
E così quei commenti molto pesanti fecero finire l’imputato davanti al giudice.
Ma la tesi difensiva dell’avvocato Massimo Galasso, squisitamente tecnica, è stata accolta dal giudice. Il legale, in sostanza, ha sostenuto che in tema di diffamazione, la mancata verifica da parte dell’autorità giudiziaria dell’indirizzo IP di provenienza del contenuto lesivo, riferibile al profilo facebook incriminato, non consente di procedere con il massimo grado di certezza possibile all’attribuzione della responsabilità per il reato di diffamazione, visto che, mancando tale accertamento, non può escludersi l’utilizzo abusivo del nickname del presunto autore del reato da parte di terzi, né risulta possibile verificare i tempi e gli orari della connessione.
Insomma, non essendo stata provata la reale identità del “commentatore”, nonostante avesse inserito il proprio nome, l'imputato è riuscito a ottenere l’assoluzione.
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