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Intervista a Italo Bocchino: «Meloni un talento che ha superato l’ideologia. Tatarella l’avrebbe amata»

3 Marzo 2026

Il giornalista ha appena pubblicato il suo libro “Giorgia la figlia del popolo”. Sul referendum: «Vincerà il Sì perché così ci saranno meno errori giudiziari»

PESCARA.

Ti senti lo spin doctor di questo centrodestra?

«Ma no (ride). Sono un umile operaio nella vigna del centrodestra».

Sei un allievo di Tatarella, che è stato la mente dietro l’evoluzione dell’Msi in An.

«Ho fatto tutto quello che dovevo fare. Ora faccio quello che mi diverte di più».

Difendere il governo in televisione, quasi sempre in inferiorità numerica.

«Nei terreni più faticosi, sì. Ma sempre con dati obiettivi alla mano».

La rottura tra Berlusconi e Fini ha interrotto la tua ascesa politica. Un rimpianto?

«Non mi piacciono i rimorsi. La vita è quel che è: si tratta solo di fare il saldo».

E il tuo com’è?

«Per come è andata, dovrei andare a Lourdes a piedi!».

Più che «operaio» del centrodestra, Italo Bocchino è il suo primo gladiatore. Il giornalista, oggi opinionista televisivo, è forse l’arma più pungente a disposizione del governo Meloni. D’altra parte, Bocchino è cresciuto a pane e politica. A 27 anni è diventato parlamentare e lo è rimasto per quattro legislature consecutive. La fine di quest’esperienza coincide con l’implosione del centrodestra e la rottura tra Berlusconi e Fini. Bocchino scommise su quest’ultimo, ma fu un disastro: alle elezioni Futuro e libertà per l’Italia (FlI) prese lo 0,47%. E proprio in opposizione a quel progetto è nato Fratelli d’Italia e, soprattutto, è nato il fenomeno Giorgia Meloni, il simbolo di quella generazione Atreju che oggi tiene saldamente in mano le redini del governo. A lei – e a tutti loro – Bocchino ha dedicato il suo ultimo libro “Giorgia la figlia del popolo. Perché Meloni piace agli italiani”. E pensare che fino a qualche anno fa aveva posizioni critiche nei suoi confronti.

Bocchino, innanzitutto a Tatarella sarebbe piaciuta Meloni?

«Sarebbe impazzito per lei».

Perché?

«In primis perché è donna, e a Tatarella faceva impazzire l’idea di sparigliare le carte».

E poi?

«Entrambi sono di estrazione popolare. Pinuccio era figlio di un ciabattino di Cerignola e di una madre casalinga con quattro figli».

È diventato vicepremier.

«La sua è stata una vita di sacrifici, avrebbe apprezzato il passato di Meloni. Oltre che, ovviamente, la sua capacità di leggere la politica».

Che intendi?

«La battaglia di Pinuccio dentro l’Msi era per superare la cifra ideologica e puntare sull’identità. In parte ci è riuscito attraverso Fini».

Meloni ha portato a termine il lavoro?
«Basta vederla in politica estera: valuta l’interesse nazionale in ogni singola situazione, senza approcci ideologici».

E che approccio ha?

«Un approccio identitario che la porta a fare la migliore scelta per l’Italia e gli italiani».

Un po’ apologetico, no?

«Mi sono convertito al “Melonismo” in un secondo momento e, come tutti i convertiti, sono entusiasta».

Ti ricordi Meloni da giovane?

«Ricordo bene il suo discorso al congresso di Azione giovani nel 2004, in cui vinse contro ogni pronostico».

Discorso appassionato?

«Fu grandioso e, penso, determinante. Anche noi la appoggiavamo».

Noi chi?

«La nostra corrente, Destra protagonista. Ne facevamo parte io, La Russa e Gasparri».

Tutti legati a Tatarella.

«Dopo la sua morte ci siamo stretti ancora di più. Eravamo come fratelli».

Se Tatarella non se ne fosse andato nel ’99, sarebbe nato il Melonismo?

«Sicuramente avremmo fatto qualche errore in meno».

Ovvero?

«Nel ’99 non avremmo fatto l’elefantino con Segni che ci fece perdere quattro punti percentuali. Il primo campanello d’allarme».

An esisterebbe ancora?

«Non l’avremmo sciolta, perché Pino era per la Federazione e non per il partito unico».

Dal Pdl, anni dopo, è nato FlI. Ma le cose non sono andate come sperato.

«In quel periodo andavo da uno psicologo bravissimo. Gli dissi: “Credo di star vivendo il momento più buio della mia vita”».

Quella rottura fu traumatica?

«Aspetti. Non le ho detto come la risposta dello psicologo: “Chissà, magari tra 10 anni scoprirà che questo è stato il momento migliore della tua vita”. Aveva ragione».

Addirittura.

«La discontinuità è importante. Sono potuto tornare a studiare, vedere i film che non avevo visto, leggere i libri che non avevo letto».

Quel periodo ti ha cambiato?

«I fatti negativi della vita ti permettono di rimodularti».

Troppo vago: come sei cambiato?

«Beh, si nasce incendiari e si muore pompieri, no? Oggi mi sento più riflessivo, sono anche passati 15 anni».

Scrivi che Meloni vince perché è identitaria. Ma questa oggi è una rivendicazione che fa Vannacci.

«Uomo di talento. Mi dispiace che abbia lasciato la Lega».

Perché?

«In politica serve avere pazienza, bisogna saper stare in una casa».

I sondaggi lo danno al 4%.

«Quando nacque FlI, Pagnoncelli ci dava all’8,7%. Poi prendemmo lo 0,4%».

Prevedi la stessa fine per il generale?

«Per due ragioni. Uno: l’elettore di destra vive in maniera profonda il tradimento. Il mio amico Gianfranco Rotondi mi dice sempre: “Quello che per voi è tradimento per noi democristiani è riposizionamento” (sorride, ndr)».

La seconda ragione?

«Dal ’94 gli italiani non danno più il voto inutile. È un calcolo che magari non fanno oggi, ma a ridosso delle elezioni».

Il fatto che sia nato Futuro nazionale non racconta l’esigenza di una destra più identitaria?

«Se fosse così, Vannacci avrebbe il 10%. E poi nel centrodestra ci sono fin troppi partiti identitari».

FdI e Lega.

«Più Forza Italia che garantisce una copertura importante sul fronte moderato».

Meloni, Tajani e Salvini come Berlusconi, Fini e Bossi?

«Cambiano i nomi, ma il centrodestra è sempre rimasto uguale: a 3 gambe. Da 32 anni è lo stesso».

È questa la sua forza?

«Quando il centrodestra perde è sempre per ragioni endogene, mai esogene».

Stai dicendo che l’Italia è un Paese di destra!

«Lo dicono i numeri. Basta pensare al 2013: il pareggio tra Berlusconi e Bersani è stato causato solo dalla rottura provocata da Fini».

I sondaggi sul referendum, altamente politicizzato, dicono che il No è in rimonta.

«Ma no, non c’è nessuna rimonta».

Navighi controcorrente.

«Il Sì è al 60%. Lo vota tutto il centrodestra, gli elettori di Calenda, Renzi e PiùEuropa e poi una parte di Pd e 5 Stelle».

Non capisco perché sei così convinto.

«Il punto vero della riforma è la creazione dell’Alta corte disciplinare: chi voterà Sì sa che dal giorno dopo ci saranno meno errori giudiziari».

La panacea di tutti i mali, in pratica.

«Ti dico un dato che non torna: nel 2025 ci sono stati 5.000 arresti di innocenti, ma solo 22 sanzioni. Come mai?».

Se la vittoria del Sì è così assicurata, perché Meloni non ci mette la faccia?

«Non ce n’è bisogno. Ci sta pensando il centrosinistra a far diventare il referendum un voto su Meloni. E così anche chi era disinteressato voterà per difenderla».

Una volta hai detto che chiunque si provi a cucire addosso una legge elettorale su misura, alla fine perde. È vero anche stavolta?
«No, perché questa non è una legge elettorale su misura. Serve all’Italia sapere che il giorno dopo le elezioni ci sarà un governo stabile per 5 anni».

Ma se a scriverla è il governo più longevo della storia della Seconda Repubblica...

«Mi dai ragione: significa che Meloni davvero non ne ha bisogno».

Il premio di maggioranza è sostanzioso.

«Serve per togliere la possibilità di scalzare chi vince le elezioni con ribaltoni, governi tecnici e larghe intese».

E le liste bloccate? Meloni diceva di essere contraria.

«FdI è per le preferenze. Personalmente, invece, io sono contrario».

Ah.

«Servirebbe un sistema misto. È compito dei partiti selezionare la classe dirigente: le preferenze alimentano l’estremizzazione del personalismo».

I nomi nelle liste sono già selezionati dai partiti.

«Ma cosa fa un partito quando è in competizione e ha di fronte uno che ha consenso? Lo porta a bordo».

Tu sei stato eletto con le liste bloccate.

«E penso di essere stato un buon parlamentare. Con le preferenze forse non ce l’avrei fatta».

Allora con questa legge elettorale potresti tornare in campo.

«Oggi potrei vincere anche con le preferenze, ma, in ogni caso, ho già dato: meglio stare al di là del potere».

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