Intervista a Roberto D’Alimonte: «È tutta una pantomima, Marina Berlusconi il vero ago della bilancia»

Il politologo della Luiss è il padre degli studi elettorali italiani: «Ipocrisia in Aula,
dalla Schlein alla Meloni, nessuno vuole davvero questa legge elettorale»
In Italia i sistemi elettorali durano meno dei governi, oramai. Quattro riforme in trent’anni, ciascuna battezzata con un latinismo da farmacia – Mattarellum, Porcellum, Italicum, Rosatellum – e ciascuna maledetta dai suoi stessi padri. Roberto D’Alimonte, professore di Sistema politico italiano alla Luiss e fondatore del Centro Italiano Studi Elettorali, le ha sezionate tutte. Gli abbiamo chiesto cosa bolle nel pentolone del Melonellum. Spoiler: quasi niente di ciò che sembra.
Professor D’Alimonte, anche lei non ama il listone bloccato?
«Sì, ho dei dubbi sul listone bloccato, però, dopo quello che è successo, devo dire che forse quell’emendamento era il male minore».
Cioè?
«La premier ha fatto un tentativo di migliorare la legge, cioè ha fatto una scommessa. Però l’ha persa. La politica è piena di paradossi, sa?».
Qui quale sarebbe, professore?
«Che le opposizioni dichiaravano di volere le preferenze, mentre hanno favorito una bocciatura dell’emendamento».
Ma quell’emendamento era farlocco, teneva bloccati i capolista.
«Vero. Ma si è creata una legge peggiore. Se fosse stato approvato l’emendamento contestato, la legge non sarebbe stata l’ideale dal punto di vista dell’uso del voto di preferenza. Però...».
Però?
«Beh, sarebbe stata migliore di quello che adesso è lo status quo. Ma, si sa, la politica è per metà ipocrisia, per metà paradosso».
Come status quo che cosa intende, il Rosatellum o il Melonellum senza l’emendamento?
«Mi limito a parlare del voto di preferenza: faccio il confronto fra il testo attuale, che non prevede nessuna preferenza, e quello che si sarebbe creato con l’approvazione dell’emendamento. Che conteneva una quota di preferenze che avrebbe consentito agli elettori di scegliere perlomeno una piccola parte di deputati e senatori».
Ma fra la legge che sta prendendo forma alla Camera e il Rosatellum in vigore, lei cosa preferisce?
«Devo fare una premessa».
Si senta libero.
«Quando si parla di sistema elettorale, per onestà intellettuale, bisogna sempre dichiarare il proprio punto di vista di base».
Qual è il suo?
«Io sono un disproporzionalista».
Detto così pare grave.
«Non scherzi. Penso che in questa fase storica del nostro Paese noi abbiamo bisogno, per tenere insieme la baracca – che è una baracca molto difficile da tenere su – di una stampella rappresentata dai sistemi disproporzionali».
Quali sono?
«Tanti. Dal prevedere un premio di maggioranza a sistemi basati su collegi uninominali. Sono disproporzionali anche l'attuale Rosatellum, che è un sistema misto, o il Mattarellum, che è un altro sistema misto. La mia critica a questo sistema elettorale sono le sue due facce».
Una specie di Giano.
«Già: questo è un sistema che può funzionare sia come proporzionale che come maggioritario. Noi, in realtà, non sappiamo come funzionerà».
Perché?
«Se Vannacci davvero arrivasse a un successo in doppia cifra, pur stando fuori dalla coalizione di centrodestra, e lo stesso accadesse a sinistra con Di Battista – e poi non bisogna dimenticare Calenda, e poi il voto disperso, per fare un esempio – nessuno dei due contendenti arriverebbe al 42%. Se accadesse, per eterogenesi dei fini, un sistema nato come bipolare e maggioritario avrebbe un esito proporzionale. Sa cosa vuol dire?».
Un gran caos, per non dire altro.
«Appunto».
Cosa avrebbero dovuto prevedere?
«Il ballottaggio. Se nessuna coalizione arrivasse al 42%, le due coalizioni più votate si sarebbero dovute sfidare in uno spareggio. Questo è il modo di garantire la maggioranza assoluta al vincente. Ma, ripeto, io sono un disproporzionalista e ritengo che in questa fase storica sistemi proporzionali ci getterebbero in una baraonda».
Ma se lei fosse il Principe, che sistema avrebbe scelto?
«Guardi, prima di tutto io supererei il bicameralismo paritario. Poi riporterei la Camera a 600 deputati, come era prima della sciagurata riforma del taglio dei parlamentari. Quindi molti collegi uninominali piccoli. Un equilibrio di questo genere assicurerebbe rappresentatività e governabilità».
La rappresentatività è un ricordo del passato, professore.
«Va recuperato il rapporto fra l’eletto e gli elettori. Bisogna tornare alle suole consumate».
Cioè?
«I candidati devono consumare le suole delle scarpe per andare a cercare voti, parlare con gli elettori, ascoltare le loro istanze».
Professore, sa che non mi convince che la Meloni volesse davvero le preferenze?
«Perché mai?»
Perché la contrarietà di molti era nota e se la premier, che ben sa leggere gli umori del Parlamento, avesse voluto davvero le preferenze, avrebbe posto la questione di fiducia. Nel 2015 Renzi ne pose tre sull’Italicum e Gentiloni otto sul Rosatellum...
«Infatti tutta questa vicenda è una pantomima, tutta una farsa, caratterizzata da un’ipocrisia dilagante. Quelli che hanno generato il boato alla Camera ieri l’altro, nella stragrande maggioranza avrebbero votato contro l’introduzione del voto di preferenza. Sa perché?»
Lo sospetto.
«Esattamente: perché la stragrande maggioranza di chi siede in Parlamento oggi non ha alcuna intenzione di consumare le suole delle scarpe per andare a cercarsi i voti. Sono tutti eletti grazie al favore delle segreterie di partito».
E quel boato, professore?
«Un’ipocrisia. Lei ha ragione a dire che il governo poteva mettere il voto di fiducia. E non l’ha fatto perché è un’ammuina. Da Schlein a Meloni, sono tutti contro le preferenze».
A Giorgia Meloni conviene avere in coalizione Vannacci, che poi sarebbe il deus ex machina dell’eventuale futura maggioranza, o sarebbe preferibile tenerlo fuori dal centrodestra di governo?
«A lei piace ballare il tango?».
Non è il mio forte, diciamo. Perché?
«Perché per ballarlo bisogna essere in due».
Fuori di metafora?
«Ci sono due decisioni, perché son due gli attori in campo. Meloni dovrebbe invitare Vannacci a negoziare, ma Vannacci dovrebbe voler ballare il tango con Meloni».
Chissà cosa farà Vannacci?
«In questo momento secondo me non lo sa nemmeno lui. Figurarsi io. Ma le dico io chi è il pivot di tutta la scena».
Non mi tenga sulle spine.
«Marina Berlusconi».
Addirittura?
«Se Forza Italia dovesse decidere di uscire dalla coalizione, si creerebbe uno scenario completamente nuovo con questo nuovo sistema elettorale, ammesso che venga approvato. Se Forza Italia non sarà stabilmente nella coalizione di centrodestra, è difficile che quella coalizione arrivi al 42%. Se il centrosinistra insiste a voler essere un campo minato più che un campo largo, per cui anche loro non arrivano al 42%, il gioco è fatto. E Forza Italia diventa l’ago della bilancia di qualunque governo».

